Dal remoto passato, sussurri di donne, maghe o guerriere, che sfidarono la storia...
Boudicca, la Regina icena che sfidò la potenza di Roma
[leggi la sua storia in questo post]
slideshow creato da me in memoria della Regina Icena...
Dal remoto passato, sussurri di donne, maghe o guerriere, che sfidarono la storia...
Boudicca, la Regina icena che sfidò la potenza di Roma
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Durante la mia ultima visita nei dintorni di Roma, la mia attenzione è stata magneticamente catturata dal profilo del Monte Cavo.
Un istinto simile ad una calamita continuava a farmi osservare quel luogo e interessarmi alle sue antiche vicende, che ho tratteggiato brevemente sul mio secondo blog, in questo post.
Non è un caso, credo, che quello fu luogo di primo piano, molto anticamente, agli albori della storia di Roma… Le mie antenne sono sempre recettive nei confronti di queste forze e nel territorio romano esse serpeggiano ancora con grande veemenza.
Infinitamente è un festival della cultura scientifica in chiave multidisciplinare che si terrà a Verona il 30 e 31 gennaio e 1° febbraio 2009.
Il Festival si propone di appassionare il vasto pubblico ai temi più attuali della ricerca nel campo dell'intelligenza artificiale e delle neuroscienze, portando i protagonisti nel mondo scientifico a diretto contatto con il pubblico, al di fuori delle sedi istituzionali.
Saranno presenti scienziati di livello internazionale che parteciperanno ad una decina di incontri con il pubblico strutturati come talk-show, interviste, tavole rotonde di chiara impostazione divulgativa.
Tra i relatori interverranno Marco Ramoni, professore di Pediatria dell'Università di Harward, Semir Zeki, professore di Neuroscienze all'University College di Londra e Roberto Cordeschi, professore al Dipartimento di studi filosofici ed epistemiologici dell'Università La Sapienza di Roma.
Altri ospiti del Festival saranno docenti universitari come Roberto Giacobazzi, Preside della Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali, Marina Bentivoglio, presidente della società Italiana di Neuroscienze e della Federazione Mondiale delle Società di Neuroscienze (ibro) e Giovanni Berlucchi, ordinario di Fisiologia dell'Ateneo scaligero.
Gli interventi si terranno in diverse sedi culturali della città: Accademia Agricoltura Scienze Lettere,Museo di Storia Naturale,Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri, Biblioteca Civica di Verona...
Durante il festival, presso le sale della Galleria d'Arte Moderna Palazzo Forti, sarà allestita un'importante mostra dedicata a Mauritus Cornelius Escher (1898 -1972), il celebre artista e studioso olandese, noto per le sue straordinarie opere grafiche costruite sull'illusione e l'immaginazione e sviluppate attorno al ragionamento matematico. La mostra, intitolata La magia di Escher, rimarrà aperta al pubblico fino al 29 marzo 2009.
Il programma prevede inoltre rassegne cinematografiche al Cinema Rivoli, con la proiezione di film dedicati ai Robot, e due eventi musicali (uno di musica classica e uno dedicato al jazz).
Tutte le informazioni e il programma dettagliato sul sito dedicato alla rassegna “Infinita-mente” e nel pieghevole scaricabile in pdf.
Sul mio blog "Parerga e Paralipomena", una panoramica sulle “Stanze di Dzyan”, misterioso testo che Helena Blavatsky divulgò quale base della sua dottrina teosofica e che propone interessanti parallelismi con altre teorie cosmogoniche ed evoluzionistiche tramandate da popoli antichi, alcune delle quali riprese dalla cosiddetta “archeologia eretica”.
Leggi l'articolo e scarica il file il pdf con il testo tradotto in italiano dell'opera.
La poesia goliardica dei "Carmina Burana"
Leggi il mio articolo su Parerga e Paralipomena dedicato all'antico Codex Latinus Monacensis...
Chartres: la cattedrale dei misteri
Un percorso di spunti e suggestioni questa nuova puntata del mio podcast (“Eclipse”), incentrata su Chartres e la sua maestosa quanto meravigliosa cattedrale gotica, che ancor oggi, oltre ad affascinare e ad essere avvolta da misteri insoluti, vibra di un’energia più che umana, antica oltre ogni memoria.
Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento e a ricevere un breve saggio di L. Charpentier (“I misteri di Chartres”), può contattarmi e provvederò ad inoltrare il file in pdf via mail.
[Scarica o ascolta la puntata qui]
Brani musicali:
• Nox Arcana – “Phantom Procession”
• Carl Orff – “Fortuna Imperatrix Mundo: O Fortuna”
• Legendary Pink Dots – “Eight Minutes To Live”
• Nine Inch Nails – “The Mark Has Been Made”
• Velvet Acid Christ – “There Is No God”
• Combichrist – “God Wrapped In Plastic”
• Faith And The Muse – “Chorus Of The Furies”
• Faith And The Muse – “Through The Pale Door”
• Faith And The Muse – “Old Souls”
• Kirlian Camera – “Memories Of A House”
• Theatre Of Tragedy – “Angelique”
• Dead Can Dance – “Enigma Of The Absolute”
• Nox Arcana – “Redemption”
L’enigmatico opuscolo latino “De tribus impostoribus”, che intendeva dimostrare l’impostura delle tre religioni monoteistiche e dei loro fondatori (Mosè, Cristo e Maometto)…
A. Kubin, “L’altra parte” (ed. Adelphi, pp. 296)
Che cos’è Perla, la città artificiale in cui Alfred Kubin, grande disegnatore e maestro del fantastico, ha ambientato il suo unico romanzo? È un mosaico di ruderi, di antichità, di avanzi decrepiti e corrosi del passato, tratti dai più famosi angoli del mondo. Una quinta perfetta per la sua popolazione di nevrastenici e nostalgici in fuga dal proprio tempo – ma anche il dominio di un sovrano inafferrabile che tiene sotto il suo incantesimo uomini e cose, accomunandoli in un unico, allucinante disegno. Nato nel 1908 dalle visioni che tormentavano l’autore, e illustrato dal suo pennino febbrile, questo libro ha finito col sembrare, nei decenni, sempre meno un ordito di incubi e sempre più l’evocazione di un mondo che a poco a poco si sta svelando – e suona molto più plausibile se lo situiamo nell’epoca di Blade Runner che all’inizio del Novecento.
"Manifesto del Dadaismo" (1918, Tristan Tzara)
Per lanciare un manifesto bisogna volere: A, B, C, scagliare invettive contro 1, 2, 3, eccitarsi e aguzzare le ali per conquistare e diffonder grandi e piccole a, b, c, firmare, gridare, bestemmiare, imprimere alla propria prosa l'accento dell'ovvietà assoluta, irrifiutabile, dimostrare il proprio non-plus-ultra e sostenere che la novità somiglia alla vita tanto quanto l'ultima apparizione di una cocotte dimostri l'essenza di Dio.
Scrivo un manifesto e non voglio niente, eppure certe cose le dico, e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi (misurini per il valore morale di qualunque frase). Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contraddittorie, in un unico refrigerante respiro; sono contro l'azione, per la contraddizione continua e anche per l'affermazione, non sono né favorevole né contrario e non do spiegazioni perché detesto il buon senso.
DADA non significa nulla.
Se lo si giustifica futile e non si vuol perdere tempo per una parola che non significa nulla. Il primo pensiero che ronza in questi cervelli è di ordine batteriologico: trovare l'origine etimologica, storica, o per lo meno psicologica. Si viene a sapere dai giornali che i negri Kru chiamano la coda di una vacca sacra DADA. Il cubo e la madre di non so quale regione italiana: DADA. Il cavallo a dondolo, la balia, doppia conferma russa e romena: DADA . Alcuni giornalisti eruditi ci vedono un arte per i neonati, per latri santoni, versione attuale di Gesù che parla ai fanciulli, è il ritorno ad un primitivismo arido e chiassoso, chiassoso e monotono. Non si può costruire tutta la sensibilità su una parola, ogni costruzione converge nella perfezione che annoia, idea stagnante di una palude dorata, prodotto umano relativo.
L'opera d'arte non deve rappresentare la bellezza che è morta. Un'opera d'arte non è mai bella per decreto legge, obiettivamente, all'unanimità. La critica è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno la sua, e senza alcun carattere di universalità. Si crede forse di aver trovato una base psichica comune a tutta l'umanità? Come si può far ordine nel caos di questa informa entità infinitamente variabile: l'uomo? Parlo sempre di me perché non voglio convincere nessuno, non ho il diritto di trascinare gli altri nella mia corrente, non costringo nessuno a seguirmi e ciascuno si fa l'arte che gli pare.
Così nacque DADA da un bisogno d'indipendenza. Quelli che dipendono da noi restano liberi. Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste e futuriste: laboratori di idee formali: Forse che l'arte si fa per soldi e per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi? Le rime hanno il suono delle monete. Il ritmo segue e il ritmo della pancia vista di profilo.
Tutti i gruppi di artisti sono finiti in banca, cavalcando differenti comete. Una porta aperta ha la possibilità di crogiolarsi nel caldo dei cuscini e nel cibo. Il pittore nuovo crea un mondo i cui elementi sono i suoi stessi mezzi, un'opera sobria e precisa, senza oggetto. L'artista nuovo si ribella: non dipinge più (riproduzione simbolica e illusionistica) ma crea direttamente con la pietra, il legno, il ferro, lo stagno, macigni, organismi, locomotive che si possono voltare da tutte le parti, secondo il vento limpido della sensazione del momento.
Qualunque opera pittorica o plastica è inutile; che almeno sia un mostro capace di spaventare gli spiriti servili, e non la decorazione sdolcinata dei refettori degli animali travestiti da uomini, illustrazioni della squallida favola dell'umanità .Un quadro è l'arte di fare incontrare due linee, parallele per constatazione geometrica, su una tela, davanti ai nostri occhi, secondo la realtà di un mondo basato su altre condizioni e possibilità. Questo mondo non è specificato, né definito nell'opera, appartiene alle sue innumerevoli variazioni allo spettatore.
La spontaneità dadaista.
L'arte è una cosa privata. L'artista lo fa per se stesso. L'artista, il poeta, apprezza il veleno della massa che si condensa nel caporeparto di questa industria. E' felice quando si sente ingiuriato: una prova della sua incoerenza. Abbiamo bisogno di opere forti, dirette e incomprese, una volta per tutte. La logica è una complicazione. La logica è sempre falsa. Tutti gli uomini gridano: c'è un gran lavoro distruttivo, negativo da compiere: spazzare, pulire. Senza scopo né progetto alcuno, senza organizzazione: la follia indomabile, la decomposizione. Qualsiasi prodotto del disgusto suscettibile di trasformarsi in negazione della famiglia è DADA; protesta a suon di pugni di tutto il proprio essere teso nell'azione distruttiva: DADA; presa di coscienza di tutti i mezzi repressi fin'ora dal senso pudibondo del comodo compromesso e della buona educazione: DADA ; abolizione della logica; belletto degli impotenti della creazione: DADA ; di ogni gerarchia ed equazione sociale di valori stabiliti dai servi che bazzicano tra noi: DADA; ogni oggetto, tutti gli oggetti, i sentimenti e il buoi, le apparizioni e lo scontro inequivocabile delle linee parallele sono armi per la lotta: DADA; abolizione della memoria: DADA; abolizione dell'archeologia: DADA; abolizione dei profeti: DADA; abolizione del futuro: DADA; fede assoluta irrefutabile in ogni Dio che sia il prodotto immediato della spontaneità: DADA.
BREVI APPUNTI SULLA BELLADONNA
La Belladonna (Atropa Belladonna) è una pianta erbacea perenne a fiore, appartenente all'importante famiglia delle Solanacee. Fiorisce nel periodo estivo e i suoi frutti sono lucide e allettanti bacche nere, di piccole dimensioni, contornate dal calice che, durante la maturazione, si accresce aprendosi a stella. [continua...]
Cinquecento epigrafi rinvenute presso l'antica città di Ur da un team di studiosi diretto dal Cnr. Le tavole di argilla e pece, databili dal 2.600 a.C. al 2.100 a.C, facevano parte di un patrimonio del tutto ignoto e che apre nuove strade alla ricerca storica sulla Mesopotamia
Straordinaria scoperta avvenuta durante una ricognizione archeologica effettuata da un team diretto da Silvia Chiodi, ricercatrice del Cnr. Il 21 marzo scorso il sito che ospitava la biblioteca di Ur, la antica capitale del regno sumero, ha restituito oltre 500 tavole di argilla cruda e pece contenenti importanti iscrizioni. Le epigrafi – rinvenute durante una ricognizione al sito di Eridu, svolta al fine di approfondire alcuni aspetti ambientali e territoriali - riportano testi letterari, lessicali e storici risalenti dal 2.600 a.C. (periodo di Fara) fino 2.100 a.C. (III Dinastia di Ur), la cui esistenza era finora ignota agli studiosi, rappresentando dunque un patrimonio di inestimabile valore.
Il team del Consiglio nazionale delle ricerche era composto, oltre che dalla dottoressa Chiodi, responsabile scientifico e coordinatore del "Progetto Iraq: Museo virtuale di Baghdad", da Giovanni Pettinato, ordinario di Assirologia presso l'Università "La Sapienza" di Roma, Mauro Mazzei, topografo del CNR, e da Carabinieri specializzati del MSU (Multinational Specialized Unit) nell'ambito della Tutela del Patrimonio Culturale, oltre che dal personale di scorta. La scoperta segue, a pochi giorni di distanza, il ritrovamento, nei pressi di Nassyria, di una pietra angolare del 2100 a.C. che commemora la costruzione del tempio di Nanna da parte del re di Ur.
"I ‘testi' di argilla spiega la dr. Chiodi dall'Iraq "costituiscono un ritrovamento eccezionale non solo per la tipologia dei manufatti, ma anche per il luogo di ritrovamento noto per essere di epoca esclusivamente preistorica". Le tavole sono state esaminate sul posto dal prof. Pettinato, tra i massimi esperti di questa civiltà. "La presenza di numerose tavolette in superficie" ha aggiunto l'assiriologo "fa ipotizzare che si siano conservati documenti appartenenti ad una vera e propria biblioteca, la qual cosa fa presumere l'esistenza di migliaia di testi".
Della scoperta sono stati informati i Carabinieri del reggimento MSU (Multinational Specialized Unit), l'Ambasciatore italiano in Iraq, Gianludovico de Martino, le autorità irachene, il Ministro degli Affari Esteri, i vertici del Cnr e il Rettore dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". È stata, inoltre, inviata una comunicazione al President of State Board of Antiquities Irachene, il dr. Donny George, e al Consigliere del Ministro iracheno, dr. Bahaa Mayah, per un incontro urgente.
"In questo momento" conclude la Chiodi "è prioritaria la salvaguardia del sito e dei reperti lì conservati, nonché una loro catalogazione e conservazione. Dopo aver ottenuto le necessarie autorizzazioni, ritengo opportuno dedicare una finestra del Museo Virtuale, in via di realizzazione presso il Cnr, a questa straordinaria scoperta e al conseguente recupero".
"Mentre cercavo una struttura muraria documentata da un servizio fotografico, il mio occhio è stato colpito da una piccola iscrizione su pece, per me una grande novità, e mi sono resa conta che non era l'unica. Con il prof. Pettinato abbiamo cominciato a perlustrare la zona circostante e con nostra meraviglia ci siamo accorti che c'erano anche tavolette di argilla sempre incise con la scrittura cuneiforme. Ad un primo esame fu evidente che le epigrafi non appartenevano ad un'unica tipologia, bensì di variegato contenuto: iscrizioni storiche, letterarie e lessicali. La cosa più sorprendente fu l'arco di tempo che le iscrizione abbracciavano: dal 2.700 a.C. (I Dinastia di Ur) al 2.100 a.C. (III Dinastia di Ur)".
La presenza di numerose tavolette in superficie fa ipotizzare che in quella collinetta siano conservati documenti facenti parti di una vera e propria biblioteca, la qual cosa fa presumere un numero imprecisato di migliaia di testi. Se a tutto ciò si aggiunge che fino adesso il sito di Eridu risultava puramente preistorico, quindi privo di scrittura, questa scoperta apre un nuovo spiraglio per l'approfondimento dell'antica storia della Mesopotamia. A seguito del ritrovamento il capo missione ha immediatamente informato il Colonnello Comandante del MSU, le autorità irachene ed italiane al fine di tutelare il sito e porre in sicurezza le numerose tavolette lì rinvenute.
(fonte Antikitera)
ARATTA, CITTA' PRE-SUMERICA
"Gilgamesh sii il mio amante! Fammi dono della tua virilità! Quando entrerai nella nostra casa la soglia splendidamente dorata bacerà i tuoi piedi”. Così Ishtar, la dea dell'amore, si rivolge al leggendario re di Uruk nel più famoso poema epico lasciatoci dai sumeri.
“Splendidamente” è scritto nella traduzione, ma la parola sumera è arattù, ovvero alla maniera di Aratta. Aratta era per i sumeri simbolo di eccellenza, il topos di tutti i miti come Troia lo fu per quelli dell'Asia Minore. I poemi sumerici ne parlano come di una città magica, “distante sette montagne”, in cui viveva un sovrano che in alcuni testi è “il Signore di Aratta”, in altri è chiamato Ensurgiranna.
Gli studiosi si sono affannati a cercare quale luogo geografico potesse corrispondere a questa leggendaria città. Ma finora il mito era rimasto sospeso nel nulla. La singolarità di Aratta, infatti, è che mentre nelle fonti letterarie vi sono innumerevoli riferimenti alla città e alle sue ricchezze, il nome non compare in nessuna delle 450.000 tavolette di argilla arrivate inalterate fino a noi, nelle quali i sumeri diligentemente registravano scambi commerciali, elenchi dei tributi ricevuti dai sudditi, derrate agricole o editti dei re. Non può essere un caso, sostenevano quegli archeologi che ormai si erano convinti che Aratta non fosse mai esistita.
Ma uno scavo dello scorso anno presso Jiroft, nell'Iran sud-orientale, potrebbe aver riportato alla luce il mitico regno.
Che sia così, è il convincimento dell'archeologo iraniano a capo degli scavi, Yussef Majidzadegh, che sostiene Jiroft sia la più antica civiltà orientale, precedente di almeno un paio di secoli quella numerica. Una civiltà complessa, pari o per certi versi superiore a quella sumerica stessa, sia per dimensioni urbanistiche che per l'aspetto monumentale e la raffinatezza delle tecniche artistiche, tanto da obbligare a rivedere la genesi delle civiltà tra il IV e il III millennio a.C.
La storia comincia a Sumer, che è sempre stato il mantra degli archeologi. Perché a Sumer ha inizio la scrittura. Ma dopo la scoperta di Jiroft questo potrebbe non essere più vero. Nello scavo è stato trovato un mattone con un testo protoelamico, la cui origine si fa risalire a Susa nel 3000 a. C., e tre tavolette con una scrittura ancora indecifrata. Tuttavia la scrittura non sembra avervi avuto un ruolo predominante come tra i sumeri.
Jiroft è una città nella regione di Kerman nota soprattutto per il suo clima umido, subtropicale. Da Kerman, in macchina, ci si arriva in un paio d'ore. Si abbandona la steppa desertica del Dash-e Lut per salire su una zona montuosa, eccezionalmente fresca e verde, per poi ridiscendere nella valle di Jiroft. Da qui non ci sono più barriere montuose fino allo stretto di Hormuz, e l'aria umida del Golfo Persico arriva senza trovare impedimenti. Agrumeti e palmizi da dattero ne fanno la ricchezza. La fonte d'acqua della regione è il fiume Halil, che scende per oltre 400 chilometri dalle montagne del nord. Quasi un secolo fa un'alluvione cambiò il suo corso; i vecchi ricordano ancora che i loro nonni raccontavano che il Halil Rud voltò le spalle alla città e se ne andò a 800 metri di distanza. Ma nel 2001, dopo un lungo periodo di siccità, il Halil Rud straripò di nuovo, e questa volta sul terreno eroso dalle acque comparvero veri e propri tesori: monili, offerte funenarie, statuette, vasi di clorite (la tipica pietra locale di colore verde scuro) scolpiti con motivi di animali e di piante, soprattutto palmizi, forme umane e creature fantastiche, uomini-scorpioni, uomini-leoni, aquile, serpenti. Gli occhi degli animali carnivori sono tondi, quelli degli erbivori ovali come quelli umani. Ogni oggetto è preziosamente incastonato di turchesi, lapislazzuli, marmo, calcare bianco. In alcuni ci sono straordinarie raffigurazioni stilizzate di edifici, di città, di mura fortificate, che non hanno esempi nel mondo antico. Si può capire come il re sumero Enmerkar, nel poema “Enmerkar e il Signore di Aratta”, volesse architetti e decoratori di Aratta per costruire i templi agli dei di Sumer.
Dagli scavi emerge, inoltre, che si è di fronte a una città ben strutturata, con la cittadella amministrativa, il tempio, i quartieri residenziali e i luoghi di lavoro. Delle due collinette, distanti l'una dall'altra 1400 metri, in quella nord è venuta fuori una piattaforma gigantesca a gradoni, uno ziggurat, con una base di 300 metri per 300 e un'altezza di 17 metri. L'intera superficie dell'altra collinetta, 200 metri per 300, si è rivelata una struttura monumentale, costruita su un preesistente accumulo archeologico, circondata da mura larghe 10 metri. Ad est della cittadella fu trovata un'altra piattaforma, larga 24 metri, che era il quartiere dei lavoratori del metallo.
(fonte Antikitera)
“Il gatto nell’antichità tra mitologia e leggenda”
I gatti sono stati i protagonisti di miti e leggende di tutto il mondo fin dall’antichità.
Questo legame esoterico, sia sotto l’aspetto mitologico-religioso che del folklore, ha sempre caratterizzato il rapporto tra uomo e gatto, ritenuto essenzialmente un animale dotato di misterioso fascino, di poteri magici o di qualità soprannaturali.
Etimologia
In Egitto nascono i primi termini utilizzati per indicare il gatto: Myeou, onomatopeico, è il gatto di sesso maschile; mentre ignota è l’origine di Techau, gatta, nome inciso alla base delle statuette funerarie poste nelle tombe femminili.
A partire da quest’ultimo termine, i Copti chiamarono il gatto Chau, conservatosi nel termine atto ad indicare il gatto selvatico dell’Egitto e dell’Asia (Chaus).
Nel V secolo a.C., Erodoto ebbe modo di conoscere questo felino e gli diede il nome di Ailouros (“dalla coda mobile”), termine che presto venne sostituito da Gale, vocabolo greco utilizzato originariamente per la donnola (in età tarda si utilizzò kàttos).
Nell’antica Roma il gatto selvatico veniva detto Felis, da cui derivano i nostri felino, felide, ecc.
Dal IV secolo d.C., compare il termine Cattus, di derivazione presumibilmente africana (cfr. il nubiano kadis) o celto-germanica (nei cui idiomi viene variamente riprodotta, ad esempio: irlandese cat, antico tedesco chazza, antico scandinavo kötr). Una possibile origine semitica del vocabolo potrebbe essere attestata da un’opera armena del V sec., in cui si trova catu, a cui fa riscontro il siriano gatô.
Cattus sarà all’origine del nome del gatto nella maggior parte delle lingue europee (cat inglese, katz tedesco, kat olandese, gato spagnolo e portoghese, chat francese, kochka russo).
In Africa, per indicare il gatto, vengono usati tuttora termini principalmente onomatopeici (ad esempio in Somalia è chiamato Muculel).
Una curiosità: la parola "cataro" apparve per la prima volta tra il 1152 e il 1156 nei “Sermones adversus Catharorum errores” di Ecberto di Schonau (ove egli scrisse “Catharos, id est Puros”, ossia “I Catari, cioè i Puri”). Il frate Alano di Lilla, sul finire del secolo, ne diede appositamente una falsa etimologia denigratoria: “Dicuntur Catari a cato”, “sono detti Catari da gatto”, in quanto essi erano, secondo le credenze popolari gonfiate dalla Chiesa, usi abbracciare il posteriore di un felino, simbolo del diavolo, nei loro riti segreti.
Storia, mitologia, leggende
Pare siano stati gli Egiziani i primi ad addomesticare i gatti, circa 4.500-4.000 anni fa, benché in una prima fase non esistesse il gatto domestico, ma questo felino venisse soltanto adorato come una vera e propria divinità .
Le prime testimonianze, risalenti all’Antico Regno, si trovano nel “Libro dei Morti”, ove il gatto, identificato sostanzialmente col leone, combatte contro Apophis, il pitone delle paludi, simbolo delle forze malvagie, allorché attacca la terra durante la notte. Gli occhi dei felini, trattenendo i raggi della luce diurna del sole (da qui deriverebbe la possibilità di vedere nell’oscurità e il loro colore rifrangente al buio), spaventarono, infatti, col loro sguardo infuocato, i malvagi serpenti e nemici di Ra, salvando il mondo. La stessa Sekhmet, dea della guerra legata a Ra, viene raffigurata come una donna con la testa di leone.
Tra le divinità egizie, si annovera poi Myeou (termine evidentemente onomatopeico che significava appunto “gatto”), personificazione di Ra sotto forma di felino; Tefnut, dea dalla testa leonina, il cui nome significa “umidità”, una delle originarie forze della creazione; Mafdet, dea che assicura la buona riuscita dei rituali di guarigione e protezione. In particolare, è stato reperito un incantesimo contro i serpenti, in cui era invocata proprio Mafdet con queste parole: “O Cobra, io sono la fiamma che brilla sulle ciglia degli dei del Caos: allontanatevi da me, perché io sono Mafdet!”
Tuttavia, il gatto era legato principalmente alla dea Bast (o Bastet). Bast, protettrice dei gatti e di coloro che si prendevano cura dei gatti, era una dea potente, legata a Ra, simbolo della femminilità, della sensibilità e della magia; proteggeva, inoltre, i bambini, l'amore, la fertilità, la famiglia e la casa. Il suo culto era incentrato nella città di Bubastis (chiamata “Per-Bast” o “Casa di Bast”), dove si ergeva il suo tempio, che Erodoto annovera tra i più magnificenti, e nelle cui necropoli furono trovate centinaia di mummie di gatti. La stessa Bast era rappresentata o sotto forma di gatto o come donna dalla testa di gatto; inoltre, si credeva che guidasse un carro da loro trainato.
Tuttavia, come tutte le divinità egizie, Bast celava anche un lato più oscuro. Si ricorda, a tal proposito, una leggenda inerente la ricerca del Libro di Thoth, in cui una sacerdotessa di Bast, dopo aver sedotto il principe Setna, gli disse “Gioisci, mio dolce Signore, perché io diverrò tua moglie. Ma ricorda che io non sono una comune donna, ma la figlia di Bastet la bella – e non accetto rivali. Perciò, prima di sposarmi, dovrai divorziare dalla tua attuale moglie ed emanare un editto secondo il quale tu mi consegnerai ufficialmente i tuoi figli come sacrificio a Bastet, perché io non potrei tollerare che essi possano vivere e in futuro poter fare del male ai nostri figli”.
Da qui, la credenza egizia femminile che la bellezza dei gatti fosse divina, ideale, fatale, tanto che le donne si truccavano accentuando dei particolari tipicamente felini, soprattutto la forma degli occhi, per accentuarne l’aria misteriosa.
Era uso consacrare bambini a Bastet, facendo un piccolo taglio sul braccio e mescolando il sangue che gocciolava a quello di un felino. Un uomo che uccidesse un gatto, anche per caso fortuito, era giustiziato a morte e quando un gatto moriva i proprietari usavano rasarsi le sopracciglia e il capo in segno di lutto. Il gatto, la cui pupilla subisce delle variazioni che ricordavano le fasi della luna, veniva paragonato alla sfinge per la sua natura segreta e misteriosa e per la sensibilità alle manifestazioni magnetiche ed elettriche. Inoltre, la sua abituale posizione raggomitolata e la facoltà di dormire per giornate intere ne facevano, agli occhi degli ierofanti, l'immagine della meditazione, esibita come esempio ai candidati all'iniziazione rituale. Si affermava, infine, che il gatto possedesse nove anime, e godesse di nove vite successive.
Pare infine che, mentre il gatto era sacro al Sole e a Osiride, la gatta era sacra alla Luna e a Iside.
Attraverso l'Egitto il gatto giunse nei paesi arabi, dove il nostro felino venne preso rapidamente in simpatia e la sua fama ben presto eguagliò quella del cavallo, altro animale sacro.
Si narra la leggenda della gatta di Maometto, Muezza, che si era addormentata sulla manica di un abito del padrone. Quando Maometto dovette allontanarsi, non volendo disturbarla, preferì tagliare la manica della veste. Al suo ritorno, Muezza si inchinò in senso di gratitudine nei confronti del Profeta, il quale la accarezzò tre volte sul dorso (secondo alcune leggende, questo gesto consente al gatto di atterrare sano e salvo cadendo dall'alto sulle zampe; il numero tre ha un significato importante in quanto nella mitologia il “tre per tre volte” – ossia il nove – simboleggia l'infinito, donando così al gatto le celebri nove vite).
Nella mitologia nordica, si trova Freya, il cui nome significa semplicemente “la Signora”, dea dell'amore e della bellezza. Veniva invocata per incantesimi d'amore o di passione, ed era legata all'intuizione e alla divinazione. Ella era patrona anche della guerra e della morte: dopo ogni battaglia Freya e Odino si dedicavano alla raccolta delle anime dei morti e coloro che venivano scelti da Freya erano condotti alla sua dimora eterna, ove partecipano a feste rallegrate da musica, arti e dall'amore. Tra i suoi animali totemici troviamo, tra l’altro, i gatti: ella ha due gatti alati che tirano il suo carro Betulla, i quali si dice che dopo sette anni venissero liberati e trasformati in streghe (onde per cui si credeva presso le popolazioni nordiche che le maghe e le streghe avessero il dono di mutarsi in gatte).
Anche gli Etruschi e i Romani conoscevano il gatto, del quale apprezzavano i servigi sia come animale da lavoro (per debellare i topi) che da compagnia.
La dea latina Diana, associata alla luna, alla femminilità e alla magia, proteggeva la gravidanza e intratteneva un rapporto privilegiato con la natura, i boschi, gli animali e le piante. Ella, per sedurre il fratello Apollo e concepire da lui un figlio, prese forma di gatto.
I Greci, al contrario, ignorarono i gatti. Per cacciare i topi dalle loro case, si servivano delle donnole e dei colubri.
Anche altre culture hanno conosciuto il gatto e la sua divinizzazione: in India c'era la dea Shasti, divinità felina simbolo di fertilità e maternità; in Russia, Domovoj era il protettore della casa e di coloro che la abitano e poteva assumere la forma di gatto; Tjilpa era l’ancestrale totem australiano dalla forma di uomo-gatto; Para erano antichi spiriti domestici del folklore finnico, che potevano apparire anche sotto l’aspetto di felino. Altri esempi: in Cina il gatto era considerato benefico e veniva mimato nelle danze agrarie (Granet); i Nias di Sumatra ritengono che il gatto aiuti a scagliare le anime colpevoli nelle acque infernali; per i nativi americani il gatto selvatico era simbolo di destrezza, riflessione, ingegnosità, capacità di osservazione e furbizia.
In area orientale, si narra che il tempio Khmer di Myanmar ospitasse una foltita popolazione di gatti sacri. Durante un assalto al medesimo tempio, il gran sacerdote venne ferito a morte ed il suo fedele gatto si accucciò sopra di lui, rivolgendo lo sguardo alla divinità del tempio. Così facendo, il suo mantello divenne dorato e gli occhi blu, mentre quando si voltò verso la porta del tempio, le sue zampe si colorirono di marrone eccetto quelle posteriori ancora appoggiate sul padrone morente, le quali rimasero bianche. Guidati dallo sguardo del gatto rivolto alle porte del tempio, i monaci si precipitarono a chiuderle, salvandosi così dal saccheggio e dalla distruzione. Il gatto non abbandonò il suo padrone e morì sette giorni dopo di lui; quando i monaci si riunirono per eleggere il nuovo successore del sacerdote videro accorrere tutti i gatti del tempio trasformati nelle sembianze di Sinh, il felino del sacerdote defunto.
Nella cultura celtica, generalmente il gatto non godette di ottima fama ed fu sempre ritenuto legato a poteri ctoni e inferi, nonché una creatura profetica.
Un racconto epico dei Celti descrive le imprese del re irlandese Cairpre o Carbar detto "Testa di gatto". Altre leggende irlandesi parlano di un'isola abitata da uomini con testa felina e da guerrieri che incutevano grande timore ai loro nemici poiché indossavano elmi ricoperti dalla pelliccia di gatti selvatici. La gente-gatto, una tribù di Pitti conosciuta come Kati, viveva nel Caithness, il promontorio dei gatti, e Sutherland in gaelico è Cataobh - il paese dei gatti.
C'è anche una storia che narra le avventure di Maeldune, figlio di una regina irlandese e di un gatto custode di grandi ricchezze. Dopo un viaggio in mare il protagonista arriva con tre compagni su un'isola dove si trova un castello pieno di tesori favolosi, apparentemente abbandonati: a custodia c'è solo un gattino apparentemente inoffensivo. Trovando una grande tavola imbandita, Maeldune chiede al gatto il permesso di mangiare. Dopo averli osservati un attimo in silenzio, il felino torna ai suoi giochi. I giovani, rassicurati, si mettono a tavola e banchettano. Prima di partire, tuttavia, nonostante gli avvertimenti di Maeldune, un compagno non sa resistere alla tentazione di sottrarre una collana dal tesoro. Immediatamente il gatto si trasforma in una creatura fiammeggiante che lancia al ladro un'occhiata di fuoco, folgorandolo all'istante e riducendolo un mucchietto di cenere.
La tradizione gallese parla di un Grande Gatto detto Cath Palug, "il gatto che afferra con gli artigli". La leggenda narra che il gigantesco e mostruoso felino fu partorito dalla scrofa stregata Henwen, il cui nome significa "Bianca e Vecchia". Abbandonato dalla madre e gettato successivamente in mare dal guardiano dei porci, il felino venne malauguratamente salvato dai figli di Palug e imprudentemente cresciuto e allevato nell'isola di Anglesey. In seguito, il Cat Palug si rivelò essere un terribile mostro, causa di danno e rovina per tutti gli abitanti dell'isola.
In Italia tracce arturiane originali si riscontrano in testimonianze di carattere architettonico (tutte curiosamente precedenti alle opere di Geoffrey e di Chrétien). Nel mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto, realizzato dal sacerdote Pantaleone nel 1165, "Rex Arturius" cavalca un animale simile a una capra e affronta un gatto gigantesco. La presenza di questo animale è particolarmente interessante, in quanto prova come i miti celtici si fossero diffusi anche nell'estremo sud dell'Europa: la creatura, infatti, si ricollega al "Cath Palug". La storia del combattimento tra la belva e Re Artù è nota anche in Francia, dove il felino si chiama Capalu e sarebbe stato ucciso presso il lago Bourget, sulle Alpi.
Presso i Celti francesi, invece, i gatti non erano amati, perché considerati incarnazione di forze malvagie; i loro occhi mutevoli venivano ritenuti simbolo di falsità, ipocrisia e cattiveria, per cui era abituale che le cerimonie di purificazione si concludessero col sacrificio di un gatto.
Non esiste, invece, fonte scritta né reperto archeologico che permetta di arguire una divinizzazione del gatto da parte dei popoli Celti, benché qualche studioso sostenga un legame tra il gatto e la Dea Madre dei druidi, ma come "creatura" della Dea, mai come Dio o Dea in sé.
Il seguente rito era in uso in Scozia: un gatto vivo era torturato, arrostito allo spiedo, fino a che altri gatti non apparissero a dare le informazioni che avrebbero salvato il loro simile, oppure finché il re stesso dei gatti (in particolare quelli identificati come “gatti magici”), Cath Sith, non fosse apparso per rispondere.
Questa usanza non è certa e testimoniata in modo sufficientemente attendibile, perché riportata dai preti in un’epoca che già li vedeva come personificazione demoniaca.
A tal proposito, si richiamano il detto tradizionale irlandese "Che Dio salvi tutti meno i gatti" e il fatto che fosse considerato sfortunato vedere un gatto il primo giorno dell'anno, a meno di non chiamarsi MacIntosh o appartenere al clan di Cattan (il cui capitano era il Grande Gatto).
Parecchi clan scozzesi, tuttavia, possiedono il gatto come loro animale totemico (i MacIntosh, MacNeishe e MacNicol il gatto domestico, i Mac Brain il gatto selvatico).
Un periodo decisamente buio e carico di superstizione per questi felini fu il Medioevo, durante il quale subirono atroci sevizie. Benché questo atteggiamento contro i gatti avesse inizio nel X sec., l'ultimo gatto giustiziato in Inghilterra per stregoneria morì addirittura nel 1712.
Già a opinione degli gnostici, il gatto era legato agli aspetti diabolici della femminilità.
Si ricorda, in tal senso, che la pura e ribelle Lilith, l’incontrollabile, l'imprevedibile, la vergine selvaggia, sovrana delle ombre, scelse per compagno lo spirito stesso della notte e del mistero: il gatto.
I cristiani videro da sempre questo felino di mal occhio, accusandolo di portare con sé tutti i malefici possibili. Per di più, il gatto fu molto presto associato alla stregoneria: le streghe amavano trasformarsi in animali, in particolare in gatte; una donna che vivesse con molti gatti (ritenuti inviati dal diavolo stesso per aiutarla nei suoi incantesimi) era additata come strega.
Durante quest’era di oscurantismo, furono presi di mira soprattutto i gatti neri. Papa Gregorio IX dichiarò i gatti neri stirpe di Satana nella sua bolla papale del 1233, con la quale prese avvio un vero e proprio sterminio di queste creature, torturate e arse vive al fine di scacciare il demonio.
Oggi il gatto è stato riabilitato ed è considerato come uno dei migliori animali da compagnia.
Oltretutto, negli ultimi anni sono stati condotti diversi studi ed esperimenti scientifici, volti a dimostrare che il gatto è veramente un animale dalle straordinarie capacità extra-sensoriali (ad esempio, in grado di percepire l’imminente morte del padrone o se egli si trova in pericolo, di esercitare la telepatia, la predizione di terremoti, temporali e altri eventi catastrofici molto tempo prima che abbiano luogo, la preveggenza, la capacità di percepire forze soprannaturali e “vedere” gli spiriti dei defunti).

Le scienze, ognuna tesa nella propria direzione, finora non ci hanno nuociuto gran che; ma un giorno, il confluire di frammenti di conoscenza dissociati schiuderà panorami della realtà talmente terrificanti che o impazziremo per la rivelazione, o fuggiremo dalla sua luce mortale, cercando rifugio nella pace e nella sicurezza di nuovi secoli bui. (H.P. Lovecraft)

"Scoperta una piramide della VI dinastia a Saqqara, forse la tomba della regina Sesheshet"
Gli scavi in corso nella necropoli di Saqqara hanno portato alla luce i resti di una piramide risalente al 2400 a.C. circa, e attribuita dal capo del Servizio delle Antichità Egiziane, Zahi Hawass, alla regina Sesheshet, madre di Teti, il fondatore della VI dinastia.
(fonte: Archeogate - articolo originale in inglese su ABC News)
I primi giorni, i primissimi giorni,
Un grande artista che mi conquistò all’istante, la prima volta che vidi una sua opera esposta alla Alte Pinakothek di Monaco, fu Lucio Fontana. Rimasi bloccata di fronte ad uno dei suoi “Tagli”, in preda ad un coacervo di emozioni e pensieri.
Nel monocromatismo della tela, i “Tagli” si impongono come strutture primarie, assolute e misteriose, tanto che per accentuarne l’effetto, Fontana applicava dietro alle tele stesse una copertura di garza - non tesa, ma allentata, in maniera da risultare all'occhio come una zona scura - per rendere il taglio più enigmatico e enfatizzarne il significato concettuale, non violento, bensì tendente all'eterno e innalzando quel gesto rivoluzionario di squarciare la sacralità della tela a paradigma di purezza, ricerca dell’assoluto.
Trovo estremamente significativo che l’artista fin dall'inizio abbia denominato siffatte opere “attesa” (o “attese”), specificandovi poi la loro natura di “concetti spaziali”. “Attesa” racchiude uno spettro semantico piuttosto ampio e volutamente ambiguo, che va da un'ipotesi avveniristica fino ad un'intenzione contemplativa quasi metafisica. Di base, non vi è più rappresentazione del “fenomeno”, ma creazione concettuale, attraverso il pensiero e le sensazioni spaziali, percezione dell’essenza.
Quanto mi affascina profondamente è questa fenditura poco o tanto percettibile nella tela che schiude al di là un mondo altro. Quale altro? Stando alle teorie dello spazialismo, esso assume i contorni che l’emozione dello spettatore vuole conferirgli. Una simile risposta, tuttavia, mi sembra riduttiva, un qualcosa di non pensato in un che poggiava, invece, su solide basi teoriche.
Tenendo conto che Fontana recupera tanto il concetto squisitamente barocco di movimento nello spazio (la materia e la raffigurazione del reale che si vuole liberarsi dei limiti fisici per innalzarsi, tramite giochi ottici e vertigini prospettive, verso estensioni siderali), che il fervore del suo tempo per tutte quelle forze naturali allora ancora poco conosciute (particelle, raggi, elettroni, ecc.), mi piace pensare ai “Tagli” in una particolare ottica. Essi potrebbero essere una rielaborazione degli squarci prospettici (tipici soprattutto del ‘500/’600) verso natura o paesaggi idealizzati, riproposti secondo un nuovo modello e reinterpretati alla luce del sentire del XX secolo. Da questo punto di vista, si inquadrerebbe perfettamente la mia sensazione spontanea che al di là di quel taglio, di quella ferita inferta alla tela (metafora della “tela” della realtà fenomenica e mutevole che copre agli occhi fisici la verità e/o il noumeno), si apra un universo nuovo, ignoto, oscuramente bello, in cui immergersi e perdersi, una soglia verso il mondo del vero sentire, dalle dimensioni, leggi diverse. Ho pensato anche ad un’influenza dovuta alla fantascienza di quegli anni, che profilava il timore di un cosmo sconosciuto ma affascinante da esplorare, tuttavia mi attrae sognare che lo “spazio” che si intravede appena al di là, sia il nero splendente e arcano e meraviglioso e inumano a cui aspiriamo a tornare.
Rubedo
“Il processo alchemico è un metodo di autoconoscenza che l’anima attraversa ben al di là del suo regno d’esistenza” (Mary Anne Atwood)
“Il gioiello è andato perduto nella materia e tutti lo cercano. Alcuni lo cercano a est, alcuni a ovest, alcuni nell’acqua e alcuni tra le pietre. Ma il servo Kabir ha trovato il suo valore e lo ha accuratamente avvolto nel lembo del mantello del suo cuore” (R. Tagore, Kabir 72)
L’Albedo è una fase il cui significato venne tenuto segreto per molti secoli. Il significato della terza fase alchemica, Rubedo o rossezza, è ancor più segreto e non semplice da spiegare o capire.
Philosophia reformata, Johann Mylius, Frankfurt, 1622. L’unione del Re Rosso con la Regina Bianca, simbolo dell’unione di maschio e femmina, albedo e rubedo. Altrimenti detto, quando si è ottenuta l’albedo (avendo scoperto la luce divina nel proprio Sé), lo “spirito” deve essere saldato (l’aquila in discesa), ottenendo la Rubedo. I due leoni con una testa significano la natura unificata che è stata ottenuta. Dalla loro bocca scorre l’acqua della vita.
La Rubedo è la fase successiva all’Albedo. Questo è il motivo per cui sono spesso rappresentati in collegamento l’uno con l’altro, come la Regina Bianca e il Re Rosso. Una volta scoperta la luce bianca, essa deve essere resa l’unica realtà nella nostra coscienza. Dopo la discesa nell’inconscio, nel buio, negli inferi, si è trovata la luce, si è trovato lo Spirito volatile. Ora lo Spirito volatile, o argento vivo, deve essere fissato o coagulato. Ciò significa che la nostra coscienza, o attenzione, deve penetrare completamente l’inconscio, o anima, o tutto ciò che è nascosto in noi. Facendo ciò, fissiamo (cioè portiamo a coscienza) il volatile e lo rendiamo durevole. Quando tutto in noi è stato purificato e appare la Luce, dobbiamo saldare questa Luce e renderla durevole in modo che rimanga sempre presente.
Lo zolfo bianco ottenuto durante l’Albedo viene anche chiamato: “i corpi composti dalla pura essenza dei metalli”. I metalli sono il contenuto dell’anima, e ora sono stati ridotti alla loro pura essenza. Ora che l’anima è stata penetrata dalla pura luce, l’alchimista deve renderla permanente. Nelle filosofie orientali la Rubedo corrisponde alla formazione del “corpo di diamante”, un termine appropriato alla pura e permanente Pietra Filosofale.
Scritinium cinnabarium seu triga cinnabriorium, Godfred Schulz, Halle, 1680. L’alchimista risorto passa dal buio alla Luce.
Nel Cristianesimo corrisponde alla resurrezione di Cristo. Gesù “salda” l’indumento di luce di Cristo. Gesù ha abbandonato il suo vecchio corpo e portato il suo essere divino interiore, il corpo di Cristo, alla coscienza e lo ha reso la sua realtà. Ciò che Gesù fece duemila anni fa può essere fatto allo stesso modo da ognuno di noi, perché siamo tutti partecipi del divino, e tutti portiamo l’essenza divina, o corpo di Cristo, in noi.
Quando si è realizzata la Rubedo, l’alchimista ha accettato la sua eredità spirituale. È divenuto ciò che è sempre stato senza averlo mai saputo. Ha realizzato la sua essenza divina mentre era ancora nel suo corpo fisico. È ciò che gli gnostici chiamavano pneuma, lo spirito divino in ogni uomo, nascosto nella profonda oscurità del mondo, che può essere reso di nuovo conscio. Quando la Rubedo è stata manifestata, l’uomo è maestro sia sul mondo fisico che su quello spirituale. Egli è divenuto il Re, maestro di se stesso.
Quando l’unificazione di tutte le energie dei quattro aspetti della totalità è stata ottenuta, sorge un nuovo stato d’essere che non è più soggetto a cambiamenti. L’alchimia cinese lo chiama il “corpo di diamante”, che corrisponde al corpus incorruptibile (corpo intoccabile) dell’alchimia europea. È analogo anche al corpus glorificationis (corpo glorificato) della tradizione Cristiana. Nelle tradizioni yoga, la Rubedo corrisponde all’unificazione dello spirito umano, chiamato atman, con il Brahman. L’Atman è parte del Brahman. Brahman è l’anima del Tutto, è il respiro o l’energia che scorre dentro di noi e ci dà vita e coscienza. Atman è il sé individuale, Brahman è il sé universale.
“Come il corpo era lento, grezzo, impuro, buio e distruttibile a causa della mancanza di potenza e energia, così la rinascita lo unifica all’anima e allo spirito - vivificato e volatile, leggero e penetrante, puro, rifinito e chiaro, trasbordante di energia, indistruttibile e pieno d’energia, ed è in grado di mantenere questo stato” (Franciscus Kieser, 1600 ca.).
“Sali al di sopra di ogni altezza, scendi più in basso di ogni profondità; ricevi tutte le impressioni sensoriali del creato: acqua, fuoco, asciutto e bagnato. Pensa che sei presente ovunque: nel mare, nella terra e in cielo; pensa che non sei mai nato e che sei ancora allo stato embrionale: giovane e vecchio, morto e nell’aldilà. Comprendi tutto allo stesso tempo: tempo, spazio, cose: qualità e quantità” (Corpus hermeticum, 1460).
(tratto da Esopedia)
Albedo
“Non avevo paura di morire, ma di morire senza essere illuminato” (Comte de Saint-Germain, La Tres Sainte Trinisophie)
“Il messaggero della luce è la stella del mattino. Così l’uomo e la donna si avvicinano all’alba della conoscenza, poiché in esso è il germe della vita, una benedizione dell’eterno” (Haji Ibrahim of Kerbala)
“Lucifero, Lucifero, tendi la tua coda, e portami via, a tutta velocità attraverso lo stretto passaggio, la valle della morte, alla luce brillante, il palazzo degli dei” (Isanatha Muni)
Alla fine della Nigredo, appare una luce bianca. Siamo arrivati al secondo stadio della Grande Opera: l’Albedo, o bianchezza. L’alchimista ha scoperto dentro di sé la sorgente della sua vita, la fonte da cui l’acqua della vita scorre, donando giovinezza eterna. La sorgente è una: maschio e femmina sono uniti. Nelle immagini alchemiche vediamo una fontana da cui due flussi entrano nella stessa vasca. Albedo è la scoperta della natura ermafrodita dell’uomo. In senso spirituale, ogni uomo è ermafrodita. Questo è appurabile nella prima fase embrionale del feto. Non vi è sesso fino a dopo un certo numero di settimane dopo la concezione. Quando l’uomo discese nel mondo fisico, entrò un mondo di dualità. A livello fisico ciò si manifesta attraverso la differenziazione dei sessi. Ma il suo spirito è ancora androgino, contiene la dualità nell’unità. La sua unità non è legata allo spazio, al tempo o alla materia. La dualità è una caratteristica del nostro mondo fisico. È transitoria e infine cesserà di esistere. Quando maschio e femmina saranno di nuovo uniti si avrà l’esperienza del vero Sé. Il conscio e l’inconscio saranno completamente uniti. L’albedo avviene quando il sole sorge a mezzanotte. È un’espressione simbolica che rappresenta il sorgere del sole nel profondo del buio della nostra coscienza. È la nascita di Cristo nel cuore dell’inverno. Nel profondo di una crisi psicologica, avviene un cambiamento positivo.
L'Aurore, Henri de Linthaut. [Albedo, simboleggiato da Aurora, dall’alba, la stella del mattino (Venere-Afrodite), e dal sole che sorge dal Mare Filosofale]
L’Albedo viene anche rappresentata con Aurora, la dea romana dell’alba. Suo fratello è Elio, il Sole. Con un gioco di parole, Aurora è collegata con aurea hora, l’ora d’oro. È uno stato di coscienza supremo. Pernety (1758) ebbe a dire: “Quando l’Artista (Alchimista) vede la bianchezza perfetta, i filosofi dicono che bisogna distruggere i libri, poiché sono divenuti superflui”.
L’Albedo è anche rappresentata dalla stella del mattino Venere/Afrodite. Venere ha un posto speciale nella Grande Opera. In tempi antichi Lucifero veniva identificato col pianeta Venere. Originariamente Lucifero aveva un significato molto positivo. Il suo nome etimologicamente significa “Portatore di Luce”. Egli era infatti l’angelo che portava agli uomini la Luce della Conoscenza. Non va confuso con Satana, l’Avversario.
Nella Bibbia viene detto, in Pietro 1.19: “finché non arriverà il giorno e la stella del mattino sorgerà nei vostri cuori”; nell’Apocalisse, 12.16, Cristo stesso dice: “Io sono la stella del mattino”, identificandosi come Portatore di Luce egli stesso. Troviamo lo stesso concetto nella letteratura mistica. In tempi antichi Lucifero era un essere di luce positivo. Un sol uomo, tale Ieronimo, cambiò significato al termine Lucifero, quando lesse una frase da Isaia 14.12 (Isaia parla con un vizioso re di Babilonia): “Come mai sei caduto dal cielo, astro mattutino, figlio dell'aurora? Come mai sei atterrato, signore dei popoli?”. Ieronimo usò questa frase per identificare Lucifero con il drago scacciato dal paradiso da Michele. Con l’interpretazione di un sol uomo, quindi, Lucifero fu trasformato da essere di luce splendente nel più diabolico e oscuro essere al mondo.
Nell’alchimia troviamo Lucifero associato ai metalli impuri, inquinati dallo zolfo grezzo, a rappresentare che la luce dentro di noi è “oscurata” da ciò che gli alchimisti chiamano “superfluo”, le “scorie” emotive, psichiche e mentali causate dall’uomo stesso. Mercurio e Lucifero sono uno, la stessa identità. Si parla di Mercurio quando è puro: zolfo bianco, fuoco in cielo. Come “spiritus”, egli dona la vita, come “spiritus sapiens” insegna la Grande Opera all’alchimista. Lucifero è invece Mercurio impuro. Lucifero è la stella del mattino caduta dal cielo (dorato). Discese sulla terra ed è ora presente in tutti gli esseri umani. Lucifero è Mercurio misto a elementi impuri. Egli si dissolve “in zolfo e sale”, "è avvolto da corde”, “annerito da fango nero”. Teniamo presente che stiamo sempre parlando della nostra coscienza. Tutti i nostri complessi psicologici e di altra natura hanno offuscato la nostra coscienza pura, il nostro Mercurio.
La luce di Mercurio che ci appare come Lucifero a causa della distorsione prodotta dalle impurità, dà l’impressione di ciò che gli alchimisti chiamano “zolfo rosso”. Lo zolfo rosso di Lucifero, come diavolo tradizionale, è in effetti un’illusione. Non esiste di per sé, perché è soltanto un’immagine, un’immagine distorta di Mercurio. Noi stessi abbiamo causato le impurità, l’oscurità che vela il nostro vero essere di luce. Lo zolfo rosso è lo stesso concetto che le filosofie orientali esprimono col termine di Maya. Maya è il mondo delle illusioni, il velo che ci impedisce di vedere e provare la realtà in cui risiede la luce eterna. Per mezzo delle impurità di Maya, l’uomo è divenuto ignorante. Ha dimenticato le sue origini e pensa di essere in un mondo che, in verità, non è che un’illusione, un’apparenza.
Les Rudiments de la Philosophie, Nicolas de Losques, Paris, 1665. L’unione di Hermes e Afrodite. La luna è sopra l’alambicco, ad indicare la fase di Albedo. Il sole in alto rappresenta la fase successiva della Rubedo. Allo stesso tempo, il sole e la luna sono gli opposti da unire. Afrodite ha due torce, una delle quali è rivolta in basso, a rappresentare le passioni inferiori da trasmutare. La torcia rivolta in alto è l’energia purificata. Afrodite è sopra un tetraedro, il perfetto corpo tridimensionale, dato che tutti gli angoli sono equidistanti, cosa che risulta in assenza di tensione.Come già accennato sopra, Afrodite/Venere, sotto forma di stella mattutina, è un’immagine fondamentale della fase dell’Albedo della Grande Opera. Afrodite nacque dalla schiuma che scaturì quando gli organi genitali di Urano (tagliati da Chronos per odio e gelosia) caddero nel mare. Il taglio dei genitali rappresenta l’amore represso e tormentato. Il mare, simbolo dell’anima, tuttavia darà vita alla dea dell’amore. La liberazione avverrà quando saremo di nuovo coscienti dei contenuti dell’anima. Afrodite nasce dal mare; è lei quindi la guida dello spaventoso mondo dell’inconscio (il mare, o gli inferi).
L’alchimista scende in questi abissi per trovare la materia prima, chiamata anche “Leone Verde”. Il colore verde fa riferimento alle forze vitali primitive. Anche Venere ha il colore verde. Una caratteristica importante di Afrodite è che ci aiuta nelle nostre manchevolezze. Ci dà ideali e sogni da realizzare. Ma ci dà anche immagini spaventose per rendere l’uomo consapevole della sua natura inferiore. “Con la sua bellezza Venere attrae i metalli imperfetti e dà origine ai desideri, e li spinge alla perfezione e alla maturità” (Basilio Valentino, 1679).
La liberazione può avvenire soltanto divenendo coscienti della natura inferiore e di come si trasmuta. Nella psicologia junghiana, Venere/Afrodite è l’archetipo dell’anima (in alchimia viene rappresentata anche come “soror” o “moglie” dell’alchimista). L’anima è l’immagine collettiva della donna nell’uomo. È un’immagine particolarmente influenzata dal primo contatto con la madre. L’anima rappresenta tutte le tendenze femminili nella psiche dell’uomo, come i sentimenti, le emozioni, gli umori, l’intuizione, la ricettività per l’irrazionale, l’amore personale e l’affinità con la natura. È la detentrice dello spirituale. A seconda dello sviluppo dell’uomo, può essere la seduttrice che lo attira verso l’amore sensuale, la disperazione, la fine e addirittura la distruzione. Ulteriori immagini alchemiche che rappresentano l’Albedo sono il battesimo e la colomba bianca, entrambe derivanti dal Cristianesimo. Il battesimo rappresenta la purificazione di corpo e anima con “l’acqua viva”. L’ “acqua viva” era considerata la forza creativa del divino. Permetteva all’anima di essere accolta nella comunità dello Spirito Santo. Perciò il battesimo permette all’anima purificata di far sorgere in sé la resurrezione di Cristo. È questo lo “hieros gamos”, il “matrimonio sacro” tra anima e Cristo. Cristo rappresenta la nostra stessa essenza divina interiore. Vi sono molti altri simboli alchemici per la seconda fase, o Albedo: il cigno bianco, la rosa, la regina bianca, eccetera. Come il piombo è il metallo della Nigredo, l’argento è il metallo dell’Albedo, trasmutato dal piombo. E dato che l’argento è il metallo della luna, anche la luna è simbolo dell’Albedo. Gli alchimisti parlano anche di pietra bianca o smalto bianco. Significano tutti fondamentalmente la stessa cosa, anche se bisogna capirli nel contesto in cui furono scritti.
(tratto da Esopedia)