
I need a hug...

I need a hug...
Every time I look in the mirror
All these lines on my face getting clearer
The past is gone
It goes by, like dusk to dawn
Isn't that the way
Everybody's got their dues in life to pay
Yeah, I know nobody knows
where it comes and where it goes
I know it's everybody's sin
You got to lose to know how to win
Half my life
is in books' written pages
Lived and learned from fools and
from sages
You know it's true
All the things come back to you
Sing with me, sing for the year
Sing for the laughter, sing for the tears
Sing with me, if it's just for today
Maybe tomorrow, the good lord will take you away
Yeah, sing with me, sing for the year
sing for the laughter, sing for the tear
sing with me, if it's just for today
Maybe tomorrow, the good Lord will take you away
Dream On Dream On Dream On
Dream until your dreams come true
Dream On Dream On Dream On
Dream until your dream comes through
Dream On Dream On Dream On
Dream On Dream On
Dream On Dream On
Sing with me, sing for the year
sing for the laughter, sing for the tear
sing with me, if it's just for today
Maybe tomorrow, the good Lord will take you away
Sing with me, sing for the year
sing for the laughter, sing for the tear
Sing with me, if it's just for today
Maybe tomorrow, the good Lord will take you away......

Albeggia.
Lambisco con la mano il pilastro di logora pietra grigia presso la finestra della stanza: gelido, immoto. Fuori, i primi raggi rosei si stendono a dilaniare le ombre della notte.
Mi volto ad osservare il suo viso serafico immerso nei velluti damascati. Dorme ancora, respira sereno. Mi avvicino al letto, accarezzo i lucidi capelli neri, scorro il dito sulla guancia tiepida e ruvida per la barba pungente. Sussulti, quasi fossi conscio del mio sguardo fisso su di te.
La porta alle mie spalle emette un sordo cigolio e mi giro di scatto.
«E’ ora» sussurra una voce roca.
«Lo so» sospiro, «Gli stavo dicendo addio».
«Il sole si sta levando. Quando egli si sveglia, non deve vederti».
Gli lancio un’ultima occhiata, muovo un passo per avvi-cinarmi e porgergli l’estremo bacio, ma mi trattengo. Serro i pugni, socchiudo gli occhi e inspiro a fondo, per trovare il co-raggio. Quindi affretto il passo verso l’uscio, chiudendo silen-ziosamente la porta. Sono inghiottita dal buio del corridoio, lungo il quale rade candele spargono una lattea pozza di luce.

Sfinita, Erdana arrancò fino alle rovine dell’antico tempio. Raggiunse una gigantesca pietra logora e viscida di muschio e, appoggiatavi la schiena, crollò a terra.
Dopo un’intera notte braccata senza un momento di tregua, era stremata.
La ferita al polpaccio sinistro aveva ripreso a sanguinare: la sentiva avvampare e pulsare all’unisono con il martellio delle tempie.
Il cielo rimaneva cupo, come se l’oscurità di bosco Ethoos avesse risucchiato l’incerta luce di quella livida alba. Il vento, che prima soffiava fiacco e discontinuo, aveva iniziato a mugghiare con insistenza, lugubre, echeggiante delle urla inferocite degli esseri che le davano la caccia.
Erdana inspirò profondamente e strinse l’elsa della spada celata sotto il camaleontico mantello. Si voltò adagio. Tra l’impenetrabile boscaglia di tronchi nodosi e ritorti, sterpaglie inaridite e rovi dagli aculei velenosi, ombre deformi strisciavano sibilando e si avvicinavano caute. In qualche punto distingueva già lo spento baluginare delle falci adunche assetate di morte, della sua morte.
Il battito irregolare del cuore, che invano cercava di placare con il suo volere impavido di guerriera, scandiva i secondi che mancavano alla fine.
Udì un sommesso fruscio alla sua destra, inaspettatamente troppo vicino. Scattò in piedi, l’arma sguainata stretta fino ad imbiancarle le nocche.
“Venite pure avanti” sussurrò feroce, sollevando il mento in segno di sfida. “Non l’avrete vinta prima che io vi abbia trafitti uno ad uno, luridi vermi schiavi di Vgàr!”.
Decisa ad affrontare la propria sorte, si avventò verso il punto da cui era giunto il calpestio, le nere pupille dilatate scintillanti per l’ardore. La lama affilata saettò micidiale… Bloccandosi appena in tempo.
Un uomo la stava guardando, appostato dietro le fronde, imperturbabile.
“Tarian…”
Mormorò lei sorpresa. E scoprì nella sua voce un sollievo ed un remissività che mai avrebbe voluto lasciar trapelare.
Lui accostò un dito alle labbra, facendole segno di restare in silenzio. Quindi uscì dal suo nascondiglio a passi guardinghi e sorrise.
La sicurezza che traspariva dai suoi occhi le infondeva nuovo coraggio. Ora, insieme, sarebbero riusciti a sgominare quella schiera di mostri e ricongiungersi al più presto ai loro compagni di viaggio.

Mi sono decisa: seguirò un corso di scrittura (il primo a cui partecipai risale a tre anni fa). Ho dato la conferma via mail, nei prossimi giorni passerò a saldare l’iscrizione.
Non so ancora se riprenderò davvero a scrivere, il mio “blocco” persiste granitico (sono passati anni e anni da quando scrivevo copiosamente e con regolarità)… Tuttavia negli ultimi tempi sento sempre più pressante il desiderio di ricominciare. Perché, mi chiedo, devo sopportare questo dolore immenso, questa mutilazione del mio spirito che, tutto sommato, mi sono auto imposta? Le paure sono tante… Non ho grandi doti, né la presunzione di arrivare a pubblicare qualcosa, ma raccontare storie è una parte integrante di me, un istinto che avevo ancor prima di saper leggere e scrivere.
Ricordo che da piccolissima riempivo i blocchi da disegno con disegni strampalati, li mettevo in sequenza per formare le mie prime storie. Oppure, quando rimanevo con mia cugina a dormire da mia nonna, prima di prendere sonno mi inventavo delle favole e gliele narravo per ore.
Negli anni ho continuato con poesie, testi di canzoni (ai tempi in cui suonavo), racconti e pezzi di romanzi (non ne ho mai completato uno, però!). Poi, terminata l’università, mi sono sentita sempre più soffocata da quello che dovevo fare, dovevo essere, a cui dovevo sottomettermi, che ho abbandonato quasi completamente questa mia immensa passione. Come erano definitivamente caduti e perduti altri sogni, altre speranze, ho lasciato morire anche la scrittura… Una perdita per me stessa incalcolabile, una sofferenza inimmaginabile, che ancora mi accompagna. Tutto ciò in cui credevo e che avrei voluto realizzare era svanito in fumo, perché avrei dovuto perseguire anche quest’estrema illusione, questa “cosa” se non inutile, quanto meno superflua? Non so, ad oggi, se abbia una logica, un’utilità, uno scopo rincominciare. D’altra parte, non ha nemmeno senso, razionalizzando, perseguire a star male nel non farlo. Scrivere costa tempo, fatica, rinunce… Ma (mi può capire chi condivide questo amore incondizionato) dà una soddisfazione, un piacere, una gioia così pura, semplice e totale che non ho mai riscontrato in null’altro.
Sono così tentata e dibattuta allo stesso tempo…

Scrivere, pertanto, è un'attività complessa: è, insieme, preferire l'immaginario e voler comunicare; in queste due scelte si manifestano tendenze assai diverse e a prima vista contrastanti. Per pretendere di sostituire un universo inventato al mondo esistente, bisogna rifiutare aggressivamente quest'ultimo: chiunque vi stia dentro come un pesce nell'acqua e pensi che tutto va bene, non si metterà certo a scrivere. Ma il desiderio di comunicazione presuppone che ci si interessi agli altri; anche se nel rapporto dello scrittore con l'umanità entra dell'inimicizia e del disprezzo.
(Simone de Beauvoir)

Sembra che si possa cogliere il male, ma solo nella misura in cui il bene può esserne la chiave. Se l'intensità luminosa del Bene non concedesse la sua tenebra alla notte del Male, il male non avrebbe più la sua attrattiva. [...] La felicità senza la sventura che si lega ad essa come l'ombra alla luce sarebbe oggetto di una immediata indifferenza. Questo è tanto vero, che i romanzi descrivono senza posa la sofferenza e quasi mai la soddisfazione. Insomma, il pregio della felicità consiste nel non essere frequente: se fosse facile, verrebbe sdegnata, e associata alla noia, [...] la verità non sarebbe quella che è, se non si ponesse generosamente contro il falso.
(G. Bataille)