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lunedì, 15 giugno 2009
Finalmente Drogo capì e un lento brivido gli camminò nella schiena. Era l'acqua, era, una lontana cascata strisciante giù per gli spicchi delle rupi vicine. Il vento che faceva oscillare il lunghissimo getto, il misterioso gioco degli echi, il diverso suono delle pietre percosse ne facevano una voce umana, la quale parlava parlava: parole della nostra vita, che si era sempre a un filo dal capire e invece mai.
Non era dunque il soldato che canterellava, non un uomo sensibile al freddo, alle punizioni e all'amore, ma la montagna ostile. Che triste sbaglio, pensò Drogo, forse tutto è così, crediamo che attorno ci siano creature simili a noi e invece non c'è che gelo, pietre che parlano una lingua straniera, stiamo per salutare l'amico ma il braccio ricade inerte, il sorriso si spegne, perché ci accorgiamo di essere completamente soli.
Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l'amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.
Nel sogno c'è sempre qualcosa di assurdo e confuso, non ci si libera mai della vaga sensazione ch'è tutto falso, che un bel momento ci si dovrà svegliare.
(D. Buzzati, "Il Deserto dei Tartari")
La Fortezza, ultimo avamposto ai confini settentrionali del regno, domina la desolata pianura chiamata “deserto dei Tartari”, un tempo teatro di rovinose incursioni da parte dei nemici. Tuttavia, da molti anni nessun attacco è più giunto da quel fronte, e la Fortezza, svuotata ormai della sua importanza strategica, è rimasta solo una costruzione arroccata su una solitaria montagna, di cui molti ignorano finanche l’esistenza.
Anche Drogo, che pure si proponeva di rimanere alla Fortezza per pochi mesi, ne rimarrà affascinato, dalle rassicuranti e pigre abitudini che vi scandiscono il tempo, dalla speranza di una futura gloria che lo porterà ad investire i suoi vent’anni, e poi la sua intera vita, in una speranzosa, e infine rassegnata, attesa.
Soprattutto, domina la certezza di non poter più tornare indietro.
Nell'attesa della "grande occasione" si consuma la vita di Drogo e dei suoi compagni; su di loro trascorrono, inavvertiti, i mesi, poi gli anni. Drogo vedrà alcuni dei suoi compagni morire, altri lasciare la fortezza ancora giovani o ormai vecchi. Fino alla beffa finale: proprio nei giorni in cui i nemici, finalmente, avanzano verso il confine, Drogo dovrà lasciare la Fortezza, minato da una malattia che non gli consente di proseguire oltre la vita militare. La morte lo coglierà solo, in un’anonima stanza di una locanda di città… (estratto da Wikipedia)
domenica, 14 giugno 2009

... fissare il nulla è imparare a memoria
quello in cui noi tutti verremo spazzati...
(M. Strand)
mercoledì, 06 maggio 2009
Rousseau: «Vi piacciono i gatti?».
Boswell: «No».
Rousseau: «Ne ero sicuro. È un segno del carattere. In questo avete l'istinto umano del dispotismo. Agli uomini non piacciono i gatti perché il gatto è libero e non si adatterà mai a essere schiavo. Non fa nulla su vostro ordine, come fanno altri animali».
Boswell: «Nemmeno una gallina, obbedisce agli ordini».
Rousseau: «Vi obbedirebbe, se sapeste farvi capire da essa. Un gatto vi capisce benissimo, ma non vi obbedisce».
(da Visita a Rosseau e a Voltaire di James Boswell, p. 72-73)

L'uomo è nato libero, e dovunque è in catene.
Tutto è buono quando esce dalle mani del Creatore, tutto degenera nelle mani dell'uomo.
(J.J. Rousseau)
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venerdì, 03 aprile 2009
Non so cosa sia giusto o sbagliato fare, nelle piccole e grandi cose.
Non ho mai capito se seguire il cuore o la razionalità, oppure un giusto mix di entrambe.
Rifiuto la vita, perché vorrei tante cose fossero diverse. Perché sono esausta e troppo insicura, sfiduciata in me e in tutto.
In questo spazio privato, intimo… Mio. Un nulla inutile, ma mio. Almeno questo.
Contemplo i ricordi, ora, mi abbandono ad un istante di ineffabile e malinconica dolcezza.
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martedì, 31 marzo 2009
Scorre e gorgheggia l’acqua nel canale colmo. Corrente sporca, che risale in superficie per un breve tratto prima di inabissarsi in condotti fetidi e pecei.
Si è fissata nella mia mente questa immagine. Le acque chiamano, senza posa. Un rumore sommesso, appena percettibile, nemmeno una vera e propria voce, che invita. L’ho già accennato in precedenza, da alcuni giorni mi sembra concretamente di avere una parte di me, interiore, scivolata oltre, altrove, e tutto il resto anela strenuamente a raggiungerla.
Questo mood mi fa sentire ancor più stanca, svuotata, vacua, amareggiata e inutile. Io, tutto.
Anche questo spazio.
E’ da parecchio che ci penso. Il mio blog è una delle tante cose inutili della mia vita, vetrina narcisista solo per me stessa. Non serve assolutamente a nulla. Può pertanto dissolversi nel silenzio e nell’oblio, fino a perdere pixel e bit multicolori ed essere nulla nel cyberspazio.
Peccato non avere anche nella vita un comodo tasto “cancella”…
sabato, 21 febbraio 2009
Così volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me ch’io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter più levarmi di torno e ch’ero io stesso: l’estraneo inseparabile da me.
Ne avvertivo uno solo, allora! E già quest’uno, o il bisogno che sentivo di restar solo con esso, di mettermelo davanti per conoscerlo bene e conversare un po’ con lui, mi turbava tanto, con un senso tra di ribrezzo e di sgomento.
Se per gli altri non ero quel che ora avevo creduto d’essere per me, chi ero io?
Vivendo, non avevo mai pensato alla forma del mio naso; al taglio, se piccolo o grande, o al colore dei miei occhi; all’angustia o all’ampiezza della mia fronte, e via dicendo. Quello era il mio naso, quelli i miei occhi, quella la mia fronte: cose inseparabili da me, a cui, dedito ai miei affari, preso dalle mie idee, abbandonato ai miei sentimenti, non potevo pensare.
Ma ora pensavo:
«E gli altri? Gli altri non sono mica dentro di me. Per gli altri che guardano da fuori, le mie idee, i miei sentimenti hanno un naso. Il mio naso. E hanno un pajo d’occhi, i miei occhi, ch’io non vedo e ch’essi vedono. Che relazione c’è tra le mie idee e il mio naso? Per me, nessuna. Io non penso col naso, né bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione, che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo per la sua forma molto buffo, si metterebbero a ridere.»
Così, seguitando, sprofondai in quest’altra ambascia: che non potevo, vivendo, rappresentarmi a me stesso negli atti della mia vita; vedermi come gli altri mi vedevano; pormi davanti il mio corpo e vederlo vivere come quello d’un altro. Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un arresto in me; ogni spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio o rifatto.
Io non potevo vedermi vivere.
«Era proprio la mia quell’immagine intravista in un lampo? Sono proprio così, io, di fuori, quando - vivendo - non mi penso? Dunque per gli altri sono quell’estraneo sorpreso nello specchio: quello, e non già io quale mi conosco: quell’uno lì che io stesso in prima, scorgendolo, non ho riconosciuto. Sono quell’estraneo che non posso veder vivere se non così, in un attimo impensato. Un estraneo che possono vedere e conoscere solamente gli altri, e io no.»
E mi fissai d’allora in poi in questo proposito disperato: d’andare inseguendo quell’estraneo ch’era in me e che mi sfuggiva; che non potevo fermare davanti a uno specchio perché subito diventava me quale io mi conoscevo; quell’uno che viveva per gli altri e che io non potevo conoscere; che gli altri vedevano vivere e io no. Lo volevo vedere e conoscere anch’io così come gli altri lo vedevano e conoscevano.
Ripeto, credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti, come uno solo credevo d’esser io per me. Ma presto l’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero non solo per gli altri ma anche per me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch’esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà.
(L. Pirandello, “Uno nessuno centomila”)
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libri alle ore 18:19
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giovedì, 05 febbraio 2009
La consapevolezza è molto più che la spina, è il pugnale nella carne.
(E. Cioran)
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domenica, 01 febbraio 2009

"L'Entropia emotiva: da artificio letterario a potenzialità postumana"
Una riflessione intorno al concetto di Entropia emotiva a partire dal romanzo La schiuma dei giorni di Boris Vian.
leggi il mio articolo su Fantascienza.com
martedì, 20 gennaio 2009
Mi auguro lo spirito di Orwell faccia saltare i tubi catodici mondiali… Non è possibile sentire blaterare ad ogni ora in televisione, telegiornali compresi, dell’ “evento” del “Grande Fratello” (il reality show). E vedere su un portale in rete, alcuni giorni fa, la dicitura a caratteri cubitali “Italia divisa in due” (relativamente alla preferenza degli italiani tra due partecipanti femmine...).
Orwell, VENDETTA!!!
Immondo disgusto.
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venerdì, 26 dicembre 2008
Saremo mai liberi, un giorno?
Tutto trasuda di lezzo immondo, di decadenza interiore. E io ci sono immersa, come in una palude mefitica. La pesantezza immonda del reale mi inaridisce i circuiti neurali.
Ho voglia di librarmi altrove.
Mi chiedo se sia possibile ricostruire questo esausto pianeta, ripulirlo e creare qualcosa di nuovo, di valore. Oppure se la soluzione non sia cercare nuovi lidi, un orizzonte puro. Questa seconda soluzione è segno di codardia, desiderio di fuga? Eppure, se penso alla salvezza di questo mondo, mi accorgo che la maggioranza, in masse bovine stolte e cieche, sguazza nella assoluta vacuità e deride le parole che non siano le ipocrisie architettate per tenerla in gabbia. Allora, il giorno esiziale, cosa accadrà? Dovrei avere compassione verso chi non ne dimostra nei miei confronti?
Mi ammanto della mia solitudine, costellata di percezioni occulte e note inumane, osservando – nella mia mente – l’oceano da alte scogliere, la mia adorata patria perduta chissà in quale esistenza che fu, in ascolto del canto delle onde che videro tutte le ere della Terra.
sabato, 13 dicembre 2008
Che forse il cielo abbia in gran segreto favorito un piano per punirmi? Per punirmi della colpa di non credere in me stesso, o di credervi troppo. Per punire l'impazienza di conoscere a chi io appartenga, o l'arroganza di credere di saperlo già e voler così volare lassù in alto, verso l'ignoto, o verso il conosciuto, sempre verso un azzurro simbolo lontano.
(Yukio Mishima)
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venerdì, 12 dicembre 2008
Vedevo d'improvviso una nuova faccia dell'Abitudine. Fino a quel momento l'avevo considerata soprattutto come un potere distruttivo che sopprime l'originalità e addirittura la coscienza delle percezioni; ora la vedevo come una divinità temibile, così inchiodata a noi, con il suo viso insignificante così conflitto nel nostro cuore che se si stacca da noi, se ci volge le spalle, questa divinità che quasi non distinguevamo, ci infligge sofferenze più terribili di qualsiasi altra e allora diventa crudele come la morte.
(M. Proust)
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riflessioni alle ore 13:58
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martedì, 25 novembre 2008

Le scienze, ognuna tesa nella propria direzione, finora non ci hanno nuociuto gran che; ma un giorno, il confluire di frammenti di conoscenza dissociati schiuderà panorami della realtà talmente terrificanti che o impazziremo per la rivelazione, o fuggiremo dalla sua luce mortale, cercando rifugio nella pace e nella sicurezza di nuovi secoli bui. (H.P. Lovecraft)
venerdì, 21 novembre 2008
Su i quaderni di scolaro
Su i miei banchi e gli alberi
Su la sabbia su la neve
Scrivo il tuo nome
Su ogni pagina che ho letto
Su ogni pagina che è bianca
Sasso sangue carta o cenere
Scrivo il tuo nome
Su le immagini dorate
Su le armi dei guerrieri
Su la corona dei re
Scrivo il tuo nome
Su la giungla ed il deserto
Su i nidi su le ginestre
Su la eco dell'infanzia
Scrivo il tuo nome
Su i miracoli notturni
Sul pan bianco dei miei giorni
Le stagioni fidanzate
Scrivo il tuo nome
Su tutti i miei lembi d'azzurro
Su lo stagno sole sfatto
E sul lago luna viva
Scrivo il tuo nome
Su le piane e l'orizzonte
Su le ali degli uccelli
E il mulino delle ombre
Scrivo il tuo nome
Su ogni alito di aurora
Su le onde su le barche
Su la montagna demente
Scrivo il tuo nome
Su la schiuma delle nuvole
Su i sudori d'uragano
Su la pioggia spessa e smorta
Scrivo il tuo nome
Su le forme scintillanti
Le campane dei colori
Su la verità fisica
Scrivo il tuo nome
Su i sentieri risvegliati
Su le strade dispiegate
Su le piazze che dilagano
Scrivo il tuo nome
Sopra il lume che s'accende
Sopra il lume che si spegne
Su le mie case raccolte
Scrivo il tuo nome
Sopra il frutto schiuso in due
Dello specchio e della stanza
Sul mio letto guscio vuoto
Scrivo il tuo nome
Sul mio cane ghiotto e tenero
Su le sue orecchie dritte
Su la sua zampa maldestra
Scrivo il tuo nome
Sul decollo della soglia
Su gli oggetti familiari
Su la santa onda del fuoco
Scrivo il tuo nome
Su ogni carne consentita
Su la fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Scrivo il tuo nome
Sopra i vetri di stupore
Su le labbra attente
Tanto più su del silenzio
Scrivo il tuo nome
Sopra i miei rifugi infranti
Sopra i miei fari crollati
Su le mura del mio tedio
Scrivo il tuo nome
Su l'assenza che non chiede
Su la nuda solitudine
Su i gradini della morte
Scrivo il tuo nome
Sul vigore ritornato
Sul pericolo svanito
Su l'immemore speranza
Scrivo il tuo nome
E in virtù d'una Parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti
Libertà.
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riflessioni alle ore 11:29
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mercoledì, 12 novembre 2008

Estraneo alla Bellezza - nessuno può essere
Perché la Bellezza è Infinità
E il potere di essere finiti cessò
Prima che l'Identità fosse marcata
(Emily Dickinson)
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lunedì, 10 novembre 2008
Un grande artista che mi conquistò all’istante, la prima volta che vidi una sua opera esposta alla Alte Pinakothek di Monaco, fu Lucio Fontana. Rimasi bloccata di fronte ad uno dei suoi “Tagli”, in preda ad un coacervo di emozioni e pensieri.
Nel monocromatismo della tela, i “Tagli” si impongono come strutture primarie, assolute e misteriose, tanto che per accentuarne l’effetto, Fontana applicava dietro alle tele stesse una copertura di garza - non tesa, ma allentata, in maniera da risultare all'occhio come una zona scura - per rendere il taglio più enigmatico e enfatizzarne il significato concettuale, non violento, bensì tendente all'eterno e innalzando quel gesto rivoluzionario di squarciare la sacralità della tela a paradigma di purezza, ricerca dell’assoluto.
Trovo estremamente significativo che l’artista fin dall'inizio abbia denominato siffatte opere “attesa” (o “attese”), specificandovi poi la loro natura di “concetti spaziali”. “Attesa” racchiude uno spettro semantico piuttosto ampio e volutamente ambiguo, che va da un'ipotesi avveniristica fino ad un'intenzione contemplativa quasi metafisica. Di base, non vi è più rappresentazione del “fenomeno”, ma creazione concettuale, attraverso il pensiero e le sensazioni spaziali, percezione dell’essenza.
Quanto mi affascina profondamente è questa fenditura poco o tanto percettibile nella tela che schiude al di là un mondo altro. Quale altro? Stando alle teorie dello spazialismo, esso assume i contorni che l’emozione dello spettatore vuole conferirgli. Una simile risposta, tuttavia, mi sembra riduttiva, un qualcosa di non pensato in un che poggiava, invece, su solide basi teoriche.
Tenendo conto che Fontana recupera tanto il concetto squisitamente barocco di movimento nello spazio (la materia e la raffigurazione del reale che si vuole liberarsi dei limiti fisici per innalzarsi, tramite giochi ottici e vertigini prospettive, verso estensioni siderali), che il fervore del suo tempo per tutte quelle forze naturali allora ancora poco conosciute (particelle, raggi, elettroni, ecc.), mi piace pensare ai “Tagli” in una particolare ottica. Essi potrebbero essere una rielaborazione degli squarci prospettici (tipici soprattutto del ‘500/’600) verso natura o paesaggi idealizzati, riproposti secondo un nuovo modello e reinterpretati alla luce del sentire del XX secolo. Da questo punto di vista, si inquadrerebbe perfettamente la mia sensazione spontanea che al di là di quel taglio, di quella ferita inferta alla tela (metafora della “tela” della realtà fenomenica e mutevole che copre agli occhi fisici la verità e/o il noumeno), si apra un universo nuovo, ignoto, oscuramente bello, in cui immergersi e perdersi, una soglia verso il mondo del vero sentire, dalle dimensioni, leggi diverse. Ho pensato anche ad un’influenza dovuta alla fantascienza di quegli anni, che profilava il timore di un cosmo sconosciuto ma affascinante da esplorare, tuttavia mi attrae sognare che lo “spazio” che si intravede appena al di là, sia il nero splendente e arcano e meraviglioso e inumano a cui aspiriamo a tornare.
domenica, 19 ottobre 2008

Lago di Tenno (prov. Trento)
Per due volte di seguito ho sognato il lago di Tenno in questi giorni.
Lo visitai da bambina, con la scuola, in una stagione fredda dominata da un apatico sole. Ne rimasi incantata. È un luogo non solo di estatica meraviglia, ma emana energie intense legate agli elementi e all’antico.
Indubbiamente il fatto che proprio di recente mi sia tornato nei pensieri con cotale insistenza, è segno che dovrei tornare a visitarlo…

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domenica, 19 ottobre 2008
Senza emozioni il tempo è solo un orologio che fa tic-tac
(dal film "Equilibrium", song "Without Emotions" by Combichrist)
sabato, 18 ottobre 2008
“Il dubbio è il parto della verità” (S.J. Sojmolov Swjetschin)
“L'amore è la cancrena dell'anima” (I. Gončarov)
“Solo chi ama senza speranza conosce il vero amore” (P. Neruda)
“Alla fine tutti quanti siamo e restiamo soli” (A. Schopenhauer)
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martedì, 30 settembre 2008
C 'è un attimo di consapevolezza – il momento della verità – in ogni uomo: quando scopre il suo doppio. Il doppio che è dentro di noi; un alter ego d'ombra: la nascosta radice dell'anima.
Accadono anche, io credo, sdoppiamenti provvisori, intermittenze della memoria: per ore, minuti, anni, la ragione si stacca dal proprio cuore per non farlo morire.
(N. Salvalaggio)
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