lunedì, 15 giugno 2009
Dead Heart by ~Facial-Tic

Rigurgito l’immenso
che si scuote nelle viscere,
quel bolo indigesto
di voglia di vivere.

Lo osservo decomporsi
alla luce impudica del sole,
quel grumo di aneliti
e speranze
e ideali
che latra cieco
nel buio confino.

In un estremo
spasmo epilettico
annega
quello che gli umani
chiamavano
cuore.

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in poesia, miei scritti, male di vivere, anima esulcerata, speranza dissolta alle ore 16:08
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martedì, 03 marzo 2009

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in poesia, miei scritti, annientamento cosmico alle ore 15:13
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domenica, 01 febbraio 2009

"L'Entropia emotiva: da artificio letterario a potenzialità postumana"

Una riflessione intorno al concetto di Entropia emotiva a partire dal romanzo La schiuma dei giorni di Boris Vian.

leggi il mio articolo su Fantascienza.com

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in riflessioni, connettivismo, miei scritti, cyberlife alle ore 14:13
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giovedì, 22 gennaio 2009

Il Filosofo Dissolto

Perché la Notte è mia Maestra: oscuro il mio volto, ottenebro il mio cuore
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)

Le ombre si allungano fino a sfiorare l’orizzonte, immobilizzate nella loro immaterialità. Una soltanto si muove. Ora presso l’angolo della via… Ora – là! – dietro il cancello della vecchia casa. Essa sguscia e ti volti per scorgere quella strana folata che ti ha sfiorato facendoti rabbrividire. Un soffio caldo come l’aroma che sprigiona una tazza di cioccolata bollente e gelido come la mano dei cadaveri delle tavole di Jeronymous Bosch. Non vorrei essere quegli occhi che vedono tanto odio e amore senza nulla provare. Non vorrei essere quell’anima che, vuota e piena, prova tutto e nulla.
Toccano terra i suoi passi… Eppure, mettiti in ascolto, non sentirai alcun rumore. Tic, toc: un orologio? I suoi passi non fanno rumore. Danzante nell’aria appena sopra il terreno, si muove. Lo vedi, sempre che tu lo riesca a vedere, camminare come ogni altro mortale. Nelle scarpe nere un po’ logore, le suole che racconterebbero fiabe sui sentieri calpestati. Dove sta andando ora? Presta attenzione! Ma i suoi passi non fanno rumore…

La sera mi culla il peana del Temporale, il requiem della Pioggia leggera
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)

Mi hanno detto due vecchie chiacchierone che un dì d’estate, all’alba, mentre preparavano secondo gli antichi usi un fragrante caffè, lo udirono parlare. Erano fiori le sillabe (orchidee bianche per gli orchi avidi d’oro e fanciulle, appassite rose per gli amanti infelici, iris bagnati di rugiada per le fate maliziose, gigli inariditi per gli altari senza spose), melodia il dettare i suoi Pensieri. Sporgiamoci verso il suo alloggio, vogliamo sentire la sua saggezza. Egli ha casa dove il suo irrequieto andare lo trascina, non vi è dimora abbastanza sicura (sine cura) da trattenerlo con le sue lusinghe, con la sua certezza.
Basta con queste sciocchezze: non sai che nessuno può vederlo? Forse nessuno lo vide mai. Forse nemmeno è nato e non esiste oggi… Eppure si narrano leggende, incise persino sulle carrozze dei metrò, su quest’Om-bra d’uomo che ti passa accanto e non vedi, che cerchi ovunque e non scorgi mai.

Morirei per un assaggio d’Infinito
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)

Le canzoni che cantiamo nel cercare di portare a termine un’altra giornata, i sorrisi che lasciamo in dono a chi ci passa accanto. Le amarezze che si celano dietro le nostre maschere, le ferite che bende sature di sangue ormai stentano a celare. Egli ha un vortice nel petto che tutto provò senza lasciar più nulla. Sparto il sale su una novella Cartagine. Senza alcun trionfatore, questa volta.
Visse, un tempo?
Probabilmente sotto una delle sue camaleontiche spoglie l’hai incontrato, gli hai parlato. Ma non ricordi nulla di lui. E come potresti? Ombra fu, ombra è ritornato.

La Fortuna mi ha dato in sorte di avere un Destino
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)

Ci fu un tempo in cui aveva un Nome, un Volto. Ma un giorno si mise a pensare e cadde dal Paradiso. Tentò di continuare a vivere come prima, ma non fu possibile. Giorno dopo giorno le sue parvenze si affievolivano, sbiadivano. Ed era come se mai fosse esistito.
Fade to black
La luna è più pallida questa sera, sta per cadere la neve. Guarda il nostro satellite: quelle sembianze candide e piene di millenarie cicatrici gli somigliano.
Che si sia fermato sotto un abete a riposare? Lo immagino sospirare, sospinto dal nulla che può possedere, dai sogni che non può avere, dal passato più incerto e flebile del suo stesso essere. E, infiammato da quel dolce tragico furor straziante, intreccia i suoi Pensieri. Che sia Saggezza di druidi antichi o Malinconia di un’anima che non ha spazio in questo mondo?

Possiedo ali e catene
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)

Le ali a Dedalo servirono più ad incatenarlo per sempre al dolore per la morte del figlio che ad innalzarsi dalla prigionia del labirinto.
Un fruscio sordo, una fragranza vivida, il fuggire rapido di un’ombra… E’ lui, non c’è dubbio. Corri, corri a vedere! Tendi l’orecchio, cosa senti?
Il mare un giorno cantò per lui la canzone dell’Esistenza. Da allora, nelle notti in cui si abbandona alla fallace illusione di essere, schiude le labbra per ripetere le stesse note.
Lo spazio vortica intorno a lui, ma egli è solo.

Non voglio essere, se non posso Essere
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in deliri, miei scritti, frammenti incompiuti alle ore 19:25
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sabato, 10 gennaio 2009

A. Kubin, “L’altra parte” (ed. Adelphi, pp. 296)

Che cos’è Perla, la città artificiale in cui Alfred Kubin, grande disegnatore e maestro del fantastico, ha ambientato il suo unico romanzo? È un mosaico di ruderi, di antichità, di avanzi decrepiti e corrosi del passato, tratti dai più famosi angoli del mondo. Una quinta perfetta per la sua popolazione di nevrastenici e nostalgici in fuga dal proprio tempo – ma anche il dominio di un sovrano inafferrabile che tiene sotto il suo incantesimo uomini e cose, accomunandoli in un unico, allucinante disegno. Nato nel 1908 dalle visioni che tormentavano l’autore, e illustrato dal suo pennino febbrile, questo libro ha finito col sembrare, nei decenni, sempre meno un ordito di incubi e sempre più l’evocazione di un mondo che a poco a poco si sta svelando – e suona molto più plausibile se lo situiamo nell’epoca di Blade Runner che all’inizio del Novecento.

[leggi recensione e breve analisi]

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in cultura, libri, miei scritti, studi e ricerche alle ore 12:06
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martedì, 06 gennaio 2009

Due antichi grimori: la “Clavicula Salomonis” e il “Lemegeton

[leggi l'articolo completo]

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in esoterismo, miei scritti, studi e ricerche alle ore 10:46
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venerdì, 26 dicembre 2008
Splash
Lacrima d’alluminio sulla mano incredula
Spettri borbottano
Negli angoli delle mie paure
Rachmaninov
Impazza su tasti disarmonici
In sublimi mosse
Moderato – Vivace – Allegro Vivace
Dal cranio spunta
Un ragno dispettoso
Aggroviglia
In tele fosche
Pensieri
Aspergendoli di poesia
Nel silenzio Nimiel78 sospirò in poesia, solitudine, miei scritti, anima esulcerata alle ore 18:01
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venerdì, 26 dicembre 2008

A cadenza regolare, scandendo il ritmo di ogni passo, faceva risuonare nei vicoli deserti il puntale metallico del suo bastone. Uno sprovveduto vagabondo, che avesse avuto in sorte di incappare in lui nelle ore più buie della notte, avrebbe creduto di trovarsi dinnanzi allo spettro di un vecchio colonnello, che serbava l’antica abitudine alla marcia militare. Uno sguardo poco più attento, tuttavia, avrebbe rivelato ben altre sembianze nello sconosciuto dal lungo cappotto grigio fumo e il cappello cilindrico di un nero lucente, il quale lasciava completamente in ombra il viso. Il volto, ecco, solcato sulla guancia sinistra, a partire da sotto l’occhio, da un cicatrice che sembrava un marchio o un simbolo ignoto, ma soprattutto gli occhi erano celati dalla falda del copricapo, due noccioli d’un ceruleo liquido, che nella penombra davano l’impressione di accendersi di una sinistra luminescenza.

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in miei scritti, frammenti incompiuti alle ore 09:58
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lunedì, 22 dicembre 2008

“Il gatto nell’antichità tra mitologia e leggenda”

I gatti sono stati i protagonisti di miti e leggende di tutto il mondo fin dall’antichità.
Questo legame esoterico, sia sotto l’aspetto mitologico-religioso che del folklore, ha sempre caratterizzato il rapporto tra uomo e gatto, ritenuto essenzialmente un animale dotato di misterioso fascino, di poteri magici o di qualità soprannaturali.

Etimologia

In Egitto nascono i primi termini utilizzati per indicare il gatto: Myeou, onomatopeico, è il gatto di sesso maschile; mentre ignota è l’origine di Techau, gatta, nome inciso alla base delle statuette funerarie poste nelle tombe femminili.
A partire da quest’ultimo termine, i Copti chiamarono il gatto Chau, conservatosi nel termine atto ad indicare il gatto selvatico dell’Egitto e dell’Asia (Chaus).
Nel V secolo a.C., Erodoto ebbe modo di conoscere questo felino e gli diede il nome di Ailouros (“dalla coda mobile”), termine che presto venne sostituito da Gale, vocabolo greco utilizzato originariamente per la donnola (in età tarda si utilizzò kàttos).
Nell’antica Roma il gatto selvatico veniva detto Felis, da cui derivano i nostri felino, felide, ecc.
Dal IV secolo d.C., compare il termine Cattus, di derivazione presumibilmente africana (cfr. il nubiano kadis) o celto-germanica (nei cui idiomi viene variamente riprodotta, ad esempio: irlandese cat, antico tedesco chazza, antico scandinavo kötr). Una possibile origine semitica del vocabolo potrebbe essere attestata da un’opera armena del V sec., in cui si trova catu, a cui fa riscontro il siriano gatô.
Cattus sarà all’origine del nome del gatto nella maggior parte delle lingue europee (cat inglese, katz tedesco, kat olandese, gato spagnolo e portoghese, chat francese, kochka russo).
In Africa, per indicare il gatto, vengono usati tuttora termini principalmente onomatopeici (ad esempio in Somalia è chiamato Muculel).
Una curiosità: la parola "cataro" apparve per la prima volta tra il 1152 e il 1156 nei “Sermones adversus Catharorum errores” di Ecberto di Schonau (ove egli scrisse “Catharos, id est Puros”, ossia “I Catari, cioè i Puri”). Il frate Alano di Lilla, sul finire del secolo, ne diede appositamente una falsa etimologia denigratoria: “Dicuntur Catari a cato”, “sono detti Catari da gatto”, in quanto essi erano, secondo le credenze popolari gonfiate dalla Chiesa, usi abbracciare il posteriore di un felino, simbolo del diavolo, nei loro riti segreti.

Storia, mitologia, leggende

Pare siano stati gli Egiziani i primi ad addomesticare i gatti, circa 4.500-4.000 anni fa, benché in una prima fase non esistesse il gatto domestico, ma questo felino venisse soltanto adorato come una vera e propria divinità .
Le prime testimonianze, risalenti all’Antico Regno, si trovano nel “Libro dei Morti”, ove il gatto, identificato sostanzialmente col leone, combatte contro Apophis, il pitone delle paludi, simbolo delle forze malvagie, allorché attacca la terra durante la notte. Gli occhi dei felini, trattenendo i raggi della luce diurna del sole (da qui deriverebbe la possibilità di vedere nell’oscurità e il loro colore rifrangente al buio), spaventarono, infatti, col loro sguardo infuocato, i malvagi serpenti e nemici di Ra, salvando il mondo. La stessa Sekhmet, dea della guerra legata a Ra, viene raffigurata come una donna con la testa di leone.
Tra le divinità egizie, si annovera poi Myeou (termine evidentemente onomatopeico che significava appunto “gatto”), personificazione di Ra sotto forma di felino; Tefnut, dea dalla testa leonina, il cui nome significa “umidità”, una delle originarie forze della creazione; Mafdet, dea che assicura la buona riuscita dei rituali di guarigione e protezione. In particolare, è stato reperito un incantesimo contro i serpenti, in cui era invocata proprio Mafdet con queste parole: “O Cobra, io sono la fiamma che brilla sulle ciglia degli dei del Caos: allontanatevi da me, perché io sono Mafdet!”
Tuttavia, il gatto era legato principalmente alla dea Bast (o Bastet). Bast, protettrice dei gatti e di coloro che si prendevano cura dei gatti, era una dea potente, legata a Ra, simbolo della femminilità, della sensibilità e della magia; proteggeva, inoltre, i bambini, l'amore, la fertilità, la famiglia e la casa. Il suo culto era incentrato nella città di Bubastis (chiamata “Per-Bast” o “Casa di Bast”), dove si ergeva il suo tempio, che Erodoto annovera tra i più magnificenti, e nelle cui necropoli furono trovate centinaia di mummie di gatti. La stessa Bast era rappresentata o sotto forma di gatto o come donna dalla testa di gatto; inoltre, si credeva che guidasse un carro da loro trainato.
Tuttavia, come tutte le divinità egizie, Bast celava anche un lato più oscuro. Si ricorda, a tal proposito, una leggenda inerente la ricerca del Libro di Thoth, in cui una sacerdotessa di Bast, dopo aver sedotto il principe Setna, gli disse “Gioisci, mio dolce Signore, perché io diverrò tua moglie. Ma ricorda che io non sono una comune donna, ma la figlia di Bastet la bella – e non accetto rivali. Perciò, prima di sposarmi, dovrai divorziare dalla tua attuale moglie ed emanare un editto secondo il quale tu mi consegnerai ufficialmente i tuoi figli come sacrificio a Bastet, perché io non potrei tollerare che essi possano vivere e in futuro poter fare del male ai nostri figli”.
Da qui, la credenza egizia femminile che la bellezza dei gatti fosse divina, ideale, fatale, tanto che le donne si truccavano accentuando dei particolari tipicamente felini, soprattutto la forma degli occhi, per accentuarne l’aria misteriosa.
Era uso consacrare bambini a Bastet, facendo un piccolo taglio sul braccio e mescolando il sangue che gocciolava a quello di un felino. Un uomo che uccidesse un gatto, anche per caso fortuito, era giustiziato a morte e quando un gatto moriva i proprietari usavano rasarsi le sopracciglia e il capo in segno di lutto. Il gatto, la cui pupilla subisce delle variazioni che ricordavano le fasi della luna, veniva paragonato alla sfinge per la sua natura segreta e misteriosa e per la sensibilità alle manifestazioni magnetiche ed elettriche. Inoltre, la sua abituale posizione raggomitolata e la facoltà di dormire per giornate intere ne facevano, agli occhi degli ierofanti, l'immagine della meditazione, esibita come esempio ai candidati all'iniziazione rituale. Si affermava, infine, che il gatto possedesse nove anime, e godesse di nove vite successive.
Pare infine che, mentre il gatto era sacro al Sole e a Osiride, la gatta era sacra alla Luna e a Iside.

Attraverso l'Egitto il gatto giunse nei paesi arabi, dove il nostro felino venne preso rapidamente in simpatia e la sua fama ben presto eguagliò quella del cavallo, altro animale sacro.
Si narra la leggenda della gatta di Maometto, Muezza, che si era addormentata sulla manica di un abito del padrone. Quando Maometto dovette allontanarsi, non volendo disturbarla, preferì tagliare la manica della veste. Al suo ritorno, Muezza si inchinò in senso di gratitudine nei confronti del Profeta, il quale la accarezzò tre volte sul dorso (secondo alcune leggende, questo gesto consente al gatto di atterrare sano e salvo cadendo dall'alto sulle zampe; il numero tre ha un significato importante in quanto nella mitologia il “tre per tre volte” – ossia il nove – simboleggia l'infinito, donando così al gatto le celebri nove vite).

Nella mitologia nordica, si trova Freya, il cui nome significa semplicemente “la Signora”, dea dell'amore e della bellezza. Veniva invocata per incantesimi d'amore o di passione, ed era legata all'intuizione e alla divinazione. Ella era patrona anche della guerra e della morte: dopo ogni battaglia Freya e Odino si dedicavano alla raccolta delle anime dei morti e coloro che venivano scelti da Freya erano condotti alla sua dimora eterna, ove partecipano a feste rallegrate da musica, arti e dall'amore. Tra i suoi animali totemici troviamo, tra l’altro, i gatti: ella ha due gatti alati che tirano il suo carro Betulla, i quali si dice che dopo sette anni venissero liberati e trasformati in streghe (onde per cui si credeva presso le popolazioni nordiche che le maghe e le streghe avessero il dono di mutarsi in gatte).

Anche gli Etruschi e i Romani conoscevano il gatto, del quale apprezzavano i servigi sia come animale da lavoro (per debellare i topi) che da compagnia.
La dea latina Diana, associata alla luna, alla femminilità e alla magia, proteggeva la gravidanza e intratteneva un rapporto privilegiato con la natura, i boschi, gli animali e le piante. Ella, per sedurre il fratello Apollo e concepire da lui un figlio, prese forma di gatto.

I Greci, al contrario, ignorarono i gatti. Per cacciare i topi dalle loro case, si servivano delle donnole e dei colubri.

Anche altre culture hanno conosciuto il gatto e la sua divinizzazione: in India c'era la dea Shasti, divinità felina simbolo di fertilità e maternità; in Russia, Domovoj era il protettore della casa e di coloro che la abitano e poteva assumere la forma di gatto; Tjilpa era l’ancestrale totem australiano dalla forma di uomo-gatto; Para erano antichi spiriti domestici del folklore finnico, che potevano apparire anche sotto l’aspetto di felino. Altri esempi: in Cina il gatto era considerato benefico e veniva mimato nelle danze agrarie (Granet); i Nias di Sumatra ritengono che il gatto aiuti a scagliare le anime colpevoli nelle acque infernali; per i nativi americani il gatto selvatico era simbolo di destrezza, riflessione, ingegnosità, capacità di osservazione e furbizia.

In area orientale, si narra che il tempio Khmer di Myanmar ospitasse una foltita popolazione di gatti sacri. Durante un assalto al medesimo tempio, il gran sacerdote venne ferito a morte ed il suo fedele gatto si accucciò sopra di lui, rivolgendo lo sguardo alla divinità del tempio. Così facendo, il suo mantello divenne dorato e gli occhi blu, mentre quando si voltò verso la porta del tempio, le sue zampe si colorirono di marrone eccetto quelle posteriori ancora appoggiate sul padrone morente, le quali rimasero bianche. Guidati dallo sguardo del gatto rivolto alle porte del tempio, i monaci si precipitarono a chiuderle, salvandosi così dal saccheggio e dalla distruzione. Il gatto non abbandonò il suo padrone e morì sette giorni dopo di lui; quando i monaci si riunirono per eleggere il nuovo successore del sacerdote videro accorrere tutti i gatti del tempio trasformati nelle sembianze di Sinh, il felino del sacerdote defunto.

Nella cultura celtica, generalmente il gatto non godette di ottima fama ed fu sempre ritenuto legato a poteri ctoni e inferi, nonché una creatura profetica.
Un racconto epico dei Celti descrive le imprese del re irlandese Cairpre o Carbar detto "Testa di gatto". Altre leggende irlandesi parlano di un'isola abitata da uomini con testa felina e da guerrieri che incutevano grande timore ai loro nemici poiché indossavano elmi ricoperti dalla pelliccia di gatti selvatici. La gente-gatto, una tribù di Pitti conosciuta come Kati, viveva nel Caithness, il promontorio dei gatti, e Sutherland in gaelico è Cataobh - il paese dei gatti.
C'è anche una storia che narra le avventure di Maeldune, figlio di una regina irlandese e di un gatto custode di grandi ricchezze. Dopo un viaggio in mare il protagonista arriva con tre compagni su un'isola dove si trova un castello pieno di tesori favolosi, apparentemente abbandonati: a custodia c'è solo un gattino apparentemente inoffensivo. Trovando una grande tavola imbandita, Maeldune chiede al gatto il permesso di mangiare. Dopo averli osservati un attimo in silenzio, il felino torna ai suoi giochi. I giovani, rassicurati, si mettono a tavola e banchettano. Prima di partire, tuttavia, nonostante gli avvertimenti di Maeldune, un compagno non sa resistere alla tentazione di sottrarre una collana dal tesoro. Immediatamente il gatto si trasforma in una creatura fiammeggiante che lancia al ladro un'occhiata di fuoco, folgorandolo all'istante e riducendolo un mucchietto di cenere.
La tradizione gallese parla di un Grande Gatto detto Cath Palug, "il gatto che afferra con gli artigli". La leggenda narra che il gigantesco e mostruoso felino fu partorito dalla scrofa stregata Henwen, il cui nome significa "Bianca e Vecchia". Abbandonato dalla madre e gettato successivamente in mare dal guardiano dei porci, il felino venne malauguratamente salvato dai figli di Palug e imprudentemente cresciuto e allevato nell'isola di Anglesey. In seguito, il Cat Palug si rivelò essere un terribile mostro, causa di danno e rovina per tutti gli abitanti dell'isola.
In Italia tracce arturiane originali si riscontrano in testimonianze di carattere architettonico (tutte curiosamente precedenti alle opere di Geoffrey e di Chrétien). Nel mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto, realizzato dal sacerdote Pantaleone nel 1165, "Rex Arturius" cavalca un animale simile a una capra e affronta un gatto gigantesco. La presenza di questo animale è particolarmente interessante, in quanto prova come i miti celtici si fossero diffusi anche nell'estremo sud dell'Europa: la creatura, infatti, si ricollega al "Cath Palug". La storia del combattimento tra la belva e Re Artù è nota anche in Francia, dove il felino si chiama Capalu e sarebbe stato ucciso presso il lago Bourget, sulle Alpi.
Presso i Celti francesi, invece, i gatti non erano amati, perché considerati incarnazione di forze malvagie; i loro occhi mutevoli venivano ritenuti simbolo di falsità, ipocrisia e cattiveria, per cui era abituale che le cerimonie di purificazione si concludessero col sacrificio di un gatto.
Non esiste, invece, fonte scritta né reperto archeologico che permetta di arguire una divinizzazione del gatto da parte dei popoli Celti, benché qualche studioso sostenga un legame tra il gatto e la Dea Madre dei druidi, ma come "creatura" della Dea, mai come Dio o Dea in sé.
Il seguente rito era in uso in Scozia: un gatto vivo era torturato, arrostito allo spiedo, fino a che altri gatti non apparissero a dare le informazioni che avrebbero salvato il loro simile, oppure finché il re stesso dei gatti (in particolare quelli identificati come “gatti magici”), Cath Sith, non fosse apparso per rispondere.
Questa usanza non è certa e testimoniata in modo sufficientemente attendibile, perché riportata dai preti in un’epoca che già li vedeva come personificazione demoniaca.
A tal proposito, si richiamano il detto tradizionale irlandese "Che Dio salvi tutti meno i gatti" e il fatto che fosse considerato sfortunato vedere un gatto il primo giorno dell'anno, a meno di non chiamarsi MacIntosh o appartenere al clan di Cattan (il cui capitano era il Grande Gatto).
Parecchi clan scozzesi, tuttavia, possiedono il gatto come loro animale totemico (i MacIntosh, MacNeishe e MacNicol il gatto domestico, i Mac Brain il gatto selvatico).

Un periodo decisamente buio e carico di superstizione per questi felini fu il Medioevo, durante il quale subirono atroci sevizie. Benché questo atteggiamento contro i gatti avesse inizio nel X sec., l'ultimo gatto giustiziato in Inghilterra per stregoneria morì addirittura nel 1712.
Già a opinione degli gnostici, il gatto era legato agli aspetti diabolici della femminilità.
Si ricorda, in tal senso, che la pura e ribelle Lilith, l’incontrollabile, l'imprevedibile, la vergine selvaggia, sovrana delle ombre, scelse per compagno lo spirito stesso della notte e del mistero: il gatto.
I cristiani videro da sempre questo felino di mal occhio, accusandolo di portare con sé tutti i malefici possibili. Per di più, il gatto fu molto presto associato alla stregoneria: le streghe amavano trasformarsi in animali, in particolare in gatte; una donna che vivesse con molti gatti (ritenuti inviati dal diavolo stesso per aiutarla nei suoi incantesimi) era additata come strega.
Durante quest’era di oscurantismo, furono presi di mira soprattutto i gatti neri. Papa Gregorio IX dichiarò i gatti neri stirpe di Satana nella sua bolla papale del 1233, con la quale prese avvio un vero e proprio sterminio di queste creature, torturate e arse vive al fine di scacciare il demonio.

Oggi il gatto è stato riabilitato ed è considerato come uno dei migliori animali da compagnia.
Oltretutto, negli ultimi anni sono stati condotti diversi studi ed esperimenti scientifici, volti a dimostrare che il gatto è veramente un animale dalle straordinarie capacità extra-sensoriali (ad esempio, in grado di percepire l’imminente morte del padrone o se egli si trova in pericolo, di esercitare la telepatia, la predizione di terremoti, temporali e altri eventi catastrofici molto tempo prima che abbiano luogo, la preveggenza, la capacità di percepire forze soprannaturali e “vedere” gli spiriti dei defunti).

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mercoledì, 22 ottobre 2008

Pezzi di cielo

Precipitano

In coaguli neri

Sull’acciaio stridente

Della città senza nome

Ruote dentate 

Gemono

Stritolano

In una morsa fatale

L’essere vivi

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mercoledì, 22 ottobre 2008

Chi mai avrebbe riconosciuto il celeberrimo Cliuderico di Skaldus, le cui eroiche gesta erano già leggenda, nel vecchio mendico, cieco, che trascinò il passo claudicante oltre la soglia della taverna, quella gelida sera di novembre?

Era coperto da un pesante mantello di lana grezza, di colore bigio, logoro dall’uso. Gli arruffati capelli bianchi incorniciavano un viso emaciato, solcato da profondi segni di tormento e inenarrabili incubi. Le dita ossute s’aggrappavano ad un nocchiuto bastone di faggio, che sorreggeva il peso di un corpo ormai sfinito. Chiunque l’avrebbe additato a prima vista quale un emarginato, un disgraziato da cui tenersi alla larga. Eppure, soltanto un anno prima, era l’uomo che tutti avrebbero voluto emulare! Flavi capelli che scendevano su spalle brunite, andatura risoluta ed energica, lo sguardo audace che non temeva rivali... Ora, quegli stessi occhi vedevano solo il buio più profondo. Il suo animo impavido e pronto ad ogni avventura, persino la più estrema, per misurare il proprio indefettibile valore, non aveva esitato un attimo a cogliere, sprezzante, la sfida della bruna dama dell’isola di Kênner: navigare fino a quel lido sperduto tra le nebbie, superare il minaccioso labirinto infestato dagli smaràmi per… Guardarsi in uno specchio? Care gli costarono le beffarde risate di scherno nei confronti di quell’impresa, la sua ultima impresa e la più funesta. Ad inestimabile prezzo fu costretto ad apprendere che un eroe non è tanto colui che compie gesta degne di epici poemi, ma chi ha il coraggio di scrutare se stesso, i meandri della propria anima, scandagliandone i pozzi più torbidi e oscuri, senza indietreggiare e accettando anche quella parte ambigua e inumana che fa parte di ciascuno di noi. Quella figura che l’abbacinò di sgomento ottenebrandogli la vista, egli aveva sempre innanzi, quasi fosse il suo unico ricordo della vita passata.

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in fantasy, miei scritti, frammenti incompiuti alle ore 07:35
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sabato, 18 ottobre 2008

Sotto il cielo di metallo

Perduti gli astri nella guerra contro i morti

Una goccia cade sul mio palmo

Tra le piaghe marcescenti

Nero lucente

Come un volto che ricordo

Uscito dalle nebbie dell’esistere

Ultima agonia per un cuore spento

Che nel rantolo sussurra

La fatale gioia di essere trafitto

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in poesia, moi , miei scritti, anima esulcerata, sublimazione di sospiri alle ore 13:36
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lunedì, 15 settembre 2008

Mi si avvicinò, le nere pupille sfavillanti fuoco e dilatate fisse nei miei occhi. Mi sfiorò la mano e prese a giocherellare con le mie dita scosse da un fremito. Percepivo il suo potere. Il suo volere. Il mio respiro si fece spezzato. Avvampavo. Accostai il viso al suo e gli sussurrai all’orecchio:

– Il mio signore, cosa desidera? Cosa sogna? La notte, al buio, quando, spente le luci della stanza, le rinfrescanti tenebre stillano sulle sue labbra, goccia a goccia, il liquore di un placido sonno... Si insinuano sotto le vesti, sfiorando palmo a palmo la pelle, nel silenzio scandito dal respiro che si fa più intenso, più forte… Cosa desidera, il mio signore? –

Egli scostò il volto per guardarmi, sfiorandomi appena il mento.

– Te, desidero –

Sorrisi.

– Ed io – risposi porgendogli i polsi nudi – a te mi dono, mio signore… Mio maestro – e abbassai languida lo sguardo, inginocchiandomi di fronte a lui.


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sabato, 05 aprile 2008



Albeggia.

Lambisco con la mano il pilastro di logora pietra grigia presso la finestra della stanza: gelido, immoto. Fuori, i primi raggi rosei si stendono a dilaniare le ombre della notte.

Mi volto ad osservare il suo viso serafico immerso nei velluti damascati. Dorme ancora, respira sereno. Mi avvicino al letto, accarezzo i lucidi capelli neri, scorro il dito sulla guancia tiepida e ruvida per la barba pungente. Sussulti, quasi fossi conscio del mio sguardo fisso su di te.

La porta alle mie spalle emette un sordo cigolio e mi giro di scatto.

«E’ ora» sussurra una voce roca.

«Lo so» sospiro, «Gli stavo dicendo addio».

«Il sole si sta levando. Quando egli si sveglia, non deve vederti».

Gli lancio un’ultima occhiata, muovo un passo per avvi-cinarmi e porgergli l’estremo bacio, ma mi trattengo. Serro i pugni, socchiudo gli occhi e inspiro a fondo, per trovare il co-raggio. Quindi affretto il passo verso l’uscio, chiudendo silen-ziosamente la porta. Sono inghiottita dal buio del corridoio, lungo il quale rade candele spargono una lattea pozza di luce.

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in scrivere, miei scritti, frammenti incompiuti alle ore 09:46
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sabato, 01 marzo 2008


Sfinita, Erdana arrancò fino alle rovine dell’antico tempio. Raggiunse una gigantesca pietra logora e viscida di muschio e, appoggiatavi la schiena, crollò a terra.

Dopo un’intera notte braccata senza un momento di tregua, era stremata.

La ferita al polpaccio sinistro aveva ripreso a sanguinare: la sentiva avvampare e pulsare all’unisono con il martellio delle tempie.

Il cielo rimaneva cupo, come se l’oscurità di bosco Ethoos avesse risucchiato l’incerta luce di quella livida alba. Il vento, che prima soffiava fiacco e discontinuo, aveva iniziato a mugghiare con insistenza, lugubre, echeggiante delle urla inferocite degli esseri che le davano la caccia.

Erdana inspirò profondamente e strinse l’elsa della spada celata sotto il camaleontico mantello. Si voltò adagio. Tra l’impenetrabile boscaglia di tronchi nodosi e ritorti, sterpaglie inaridite e rovi dagli aculei velenosi, ombre deformi strisciavano sibilando e si avvicinavano caute. In qualche punto distingueva già lo spento baluginare delle falci adunche assetate di morte, della sua morte.

Il battito irregolare del cuore, che invano cercava di placare con il suo volere impavido di guerriera, scandiva i secondi che mancavano alla fine.

Udì un sommesso fruscio alla sua destra, inaspettatamente troppo vicino. Scattò in piedi, l’arma sguainata stretta fino ad imbiancarle le nocche.

“Venite pure avanti” sussurrò feroce, sollevando il mento in segno di sfida. “Non l’avrete vinta prima che io vi abbia trafitti uno ad uno, luridi vermi schiavi di Vgàr!”.

Decisa ad affrontare la propria sorte, si avventò verso il punto da cui era giunto il calpestio, le nere pupille dilatate scintillanti per l’ardore. La lama affilata saettò micidiale… Bloccandosi appena in tempo.

Un uomo la stava guardando, appostato dietro le fronde, imperturbabile.

“Tarian…”

Mormorò lei sorpresa. E scoprì nella sua voce un sollievo ed un remissività che mai avrebbe voluto lasciar trapelare.

Lui accostò un dito alle labbra, facendole segno di restare in silenzio. Quindi uscì dal suo nascondiglio a passi guardinghi e sorrise.

La sicurezza che traspariva dai suoi occhi le infondeva nuovo coraggio. Ora, insieme, sarebbero riusciti a sgominare quella schiera di mostri e ricongiungersi al più presto ai loro compagni di viaggio.

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in scrivere, fantasy, miei scritti, frammenti incompiuti alle ore 17:24
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venerdì, 29 febbraio 2008


Assaporo in rugiada l’infinito che si posa sulle mie labbra.

Notte imperitura, vago sotto le sfolgoranti stelle, inneggiando alla Luna, mia dea e signora. Lontana la nebbia dal volto truce ulula per richiamarmi in un mondo a cui non appartengo.

Avvolgimi, tenebra, nelle tue spire di sogni obliati, lascia perdurare quest’istante per l’eternità.

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in deliri, miei scritti, memorie perdute alle ore 18:43
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domenica, 24 febbraio 2008

M’abbandono a vagheggiare su pensieri incerti, concepiti in un tempo in cui ancora non esistevo. Voglio la musica che mi innalzi fino alle vette di monti sconosciuti, per vedere se da lassù riesco a scorgere la mia Casa… Aspettami, fragranza di primavera, non lasciarmi tra le rovine della disillusione. Io non riesco a vivere hic et nunc. Il mio mondo deve avere i colori del fantastico, le ombre del surreale, le note dell’ironia e del sublime. Fatemi volare, fatemi sognare, non abbandonatemi. Non posso resistere a confondermi con l’orda brulicante e vociferante di uomini e donne.

Dov’è il Mare? Oh, l’onda leggera, che si snoda sugli scogli come nei più romantici racconti… Mi basta il suo rullio costante e sempre nuovo, il suo intenso aulire di salsedine per immaginare di essere laggiù a nuotare con i delfini.

Lasciatemi immaginare ciò che non è e non sarà mai, solo per un istante. Fatemi mirare un attimo ancora i labili lineamenti di quell viso, per ricolmarmi di luce e confidare (invano) che esista la possibilità di un altro mondo. Non so perché il mio cuore randagio e reduce dalle troppe battaglie sussulti all’udire quel nome, quasi evocasse una nuova speranza, fosse la chiave di un’aurea porta di un arcano palazzo di candido marmo. Quale fu la mia era, dunque? O una grottesca follia ha avvelenato dalla nascita la mia anima senza sole?

Splendore di una terra che non riesco a trovare, dove sei? Esisti, poi? Vento, ti prego, ascolta la mia implorazione, conducimi là dove tu sai… O scagliami contro i picchi più aguzzi di rocce selvagge!

Non riesco più a celarmi dietro maschere di ciò che non sono.

Il mio petto è in ebollizione, esplode!

Ammiro solo ciò che ha un’aria di essenza perduta. Non trovo la via, perché non può essere tra quanto non mi appartiene! Sarò per sempre esule e destinata alle polveri di strade aride e ignote?

Dov’è la mia terra fertile?

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in deliri, miei scritti, memorie perdute, frammenti incompiuti, speranza dissolta alle ore 16:28
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domenica, 10 febbraio 2008

Il chiarore opalescente emanato dalla pietra irradiava l’oscura grotta di riflessi variegati.

Joredh se ne stava immobile, a bocca aperta, con la mano ancora stretta all’elsa della spada riposta nel fodero. Abbacinato da quel chiarore, fissava Yljana. Ella, con il volto sereno e velato da un’impercettibile malinconia, tendeva innanzi la bianca mano che reggeva la gemma, il cui fulgore aumentava di minuto in minuto.

Joredh si scosse da quello stato di catatonico stupore in cui era immobilizzato, allorché s’avvide che la mano e il braccio stesso di Yljana stavano diventando incandescenti, ardevano essi stessi d’una fiamma dalle sfumature lattee e accecanti.

«Yljana…» balbettò, la bocca impastata dalla sete dovuta al lungo e faticoso viaggio.

Lei si voltò e gli sorrise con dolcezza. Scosse lievemente la testa e mosse appena le labbra in un silenzioso «No».

Joredh, impotente, abbandonò le braccia lungo i fianchi. Non poteva far altro che restare a fissarla avvampare in quel rogo incantato e terrificante.

Le fiamme ormai avvolgevano l’intero corpo di Yljana, che rimaneva impassibile, con gli occhi chiusi, trasfigurata in una creatura di fuoco appartenente ad altri mondi.

Joredh serrò i pugni, voltò lo sguardo altrove, mordendosi il labbro nervosamente: non riusciva a rassegnarsi ad una fine così dolorosa, così inevitabile.

Una vampata tonante lo fece indietreggiare di scatto con un balzo, il braccio destro alzato a proteggersi il viso. Quindi si guardò intorno. Non c’era più traccia né di Yljana né della pietra. Solo una manciata di cenere bianca.

Si lasciò cadere in ginocchio e, stringendo quella polvere tra le mani, scoppiò in pianto.

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in fantasy, miei scritti, frammenti incompiuti alle ore 16:38
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sabato, 02 febbraio 2008

Elena

Senza Paride

Che la elegge

Senza Agamennone

Che la reclama:

abbandonata

legata

ad una malferma zattera

alla mercé

di temibili Erinni

dalle fauci voraci

dagli acuminati artigli

Nel silenzio Nimiel78 sospirò in poesia, miei scritti, nero abisso, anima esulcerata alle ore 18:53
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sabato, 01 dicembre 2007

Non saziata dallo scudiscio che mi scortica minuto dopo minuto, la mia brama si volge ad esseri oscuri ed infernali, che ancor più crudamente faranno risuonare il dolore delle mie carni e della mia anima.

Non saziata dalla lama acuminata su cui brancico ora dopo ora, bracco miraggi in forma di libellule di fuoco, che mi ulcerano con piaghe di ripugnante fetore.

Non saziata dal cianuro che mi si stilla nelle vene sclerotiche ora dopo ora, viviseziono la mia mente destrutturata alla ricerca di un senso del mio esistere e del mio essere.



Non saziata…

SI QUAERIS… NUMQUAM HABES





Nel silenzio Nimiel78 sospirò in deliri, miei scritti, nero abisso alle ore 15:38
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