giovedì, 22 gennaio 2009
Il Filosofo Dissolto
“Perché la Notte è mia Maestra: oscuro il mio volto, ottenebro il mio cuore”
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)
Le ombre si allungano fino a sfiorare l’orizzonte, immobilizzate nella loro immaterialità. Una soltanto si muove. Ora presso l’angolo della via… Ora – là! – dietro il cancello della vecchia casa. Essa sguscia e ti volti per scorgere quella strana folata che ti ha sfiorato facendoti rabbrividire. Un soffio caldo come l’aroma che sprigiona una tazza di cioccolata bollente e gelido come la mano dei cadaveri delle tavole di Jeronymous Bosch. Non vorrei essere quegli occhi che vedono tanto odio e amore senza nulla provare. Non vorrei essere quell’anima che, vuota e piena, prova tutto e nulla.
Toccano terra i suoi passi… Eppure, mettiti in ascolto, non sentirai alcun rumore. Tic, toc: un orologio? I suoi passi non fanno rumore. Danzante nell’aria appena sopra il terreno, si muove. Lo vedi, sempre che tu lo riesca a vedere, camminare come ogni altro mortale. Nelle scarpe nere un po’ logore, le suole che racconterebbero fiabe sui sentieri calpestati. Dove sta andando ora? Presta attenzione! Ma i suoi passi non fanno rumore…
“La sera mi culla il peana del Temporale, il requiem della Pioggia leggera”
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)
Mi hanno detto due vecchie chiacchierone che un dì d’estate, all’alba, mentre preparavano secondo gli antichi usi un fragrante caffè, lo udirono parlare. Erano fiori le sillabe (orchidee bianche per gli orchi avidi d’oro e fanciulle, appassite rose per gli amanti infelici, iris bagnati di rugiada per le fate maliziose, gigli inariditi per gli altari senza spose), melodia il dettare i suoi Pensieri. Sporgiamoci verso il suo alloggio, vogliamo sentire la sua saggezza. Egli ha casa dove il suo irrequieto andare lo trascina, non vi è dimora abbastanza sicura (sine cura) da trattenerlo con le sue lusinghe, con la sua certezza.
Basta con queste sciocchezze: non sai che nessuno può vederlo? Forse nessuno lo vide mai. Forse nemmeno è nato e non esiste oggi… Eppure si narrano leggende, incise persino sulle carrozze dei metrò, su quest’Om-bra d’uomo che ti passa accanto e non vedi, che cerchi ovunque e non scorgi mai.
“Morirei per un assaggio d’Infinito”
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)
Le canzoni che cantiamo nel cercare di portare a termine un’altra giornata, i sorrisi che lasciamo in dono a chi ci passa accanto. Le amarezze che si celano dietro le nostre maschere, le ferite che bende sature di sangue ormai stentano a celare. Egli ha un vortice nel petto che tutto provò senza lasciar più nulla. Sparto il sale su una novella Cartagine. Senza alcun trionfatore, questa volta.
Visse, un tempo?
Probabilmente sotto una delle sue camaleontiche spoglie l’hai incontrato, gli hai parlato. Ma non ricordi nulla di lui. E come potresti? Ombra fu, ombra è ritornato.
“La Fortuna mi ha dato in sorte di avere un Destino”
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)
Ci fu un tempo in cui aveva un Nome, un Volto. Ma un giorno si mise a pensare e cadde dal Paradiso. Tentò di continuare a vivere come prima, ma non fu possibile. Giorno dopo giorno le sue parvenze si affievolivano, sbiadivano. Ed era come se mai fosse esistito.
Fade to black
La luna è più pallida questa sera, sta per cadere la neve. Guarda il nostro satellite: quelle sembianze candide e piene di millenarie cicatrici gli somigliano.
Che si sia fermato sotto un abete a riposare? Lo immagino sospirare, sospinto dal nulla che può possedere, dai sogni che non può avere, dal passato più incerto e flebile del suo stesso essere. E, infiammato da quel dolce tragico furor straziante, intreccia i suoi Pensieri. Che sia Saggezza di druidi antichi o Malinconia di un’anima che non ha spazio in questo mondo?
“Possiedo ali e catene”
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)
Le ali a Dedalo servirono più ad incatenarlo per sempre al dolore per la morte del figlio che ad innalzarsi dalla prigionia del labirinto.
Un fruscio sordo, una fragranza vivida, il fuggire rapido di un’ombra… E’ lui, non c’è dubbio. Corri, corri a vedere! Tendi l’orecchio, cosa senti?
Il mare un giorno cantò per lui la canzone dell’Esistenza. Da allora, nelle notti in cui si abbandona alla fallace illusione di essere, schiude le labbra per ripetere le stesse note.
Lo spazio vortica intorno a lui, ma egli è solo.
“Non voglio essere, se non posso Essere”
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)
venerdì, 26 dicembre 2008
A cadenza regolare, scandendo il ritmo di ogni passo, faceva risuonare nei vicoli deserti il puntale metallico del suo bastone. Uno sprovveduto vagabondo, che avesse avuto in sorte di incappare in lui nelle ore più buie della notte, avrebbe creduto di trovarsi dinnanzi allo spettro di un vecchio colonnello, che serbava l’antica abitudine alla marcia militare. Uno sguardo poco più attento, tuttavia, avrebbe rivelato ben altre sembianze nello sconosciuto dal lungo cappotto grigio fumo e il cappello cilindrico di un nero lucente, il quale lasciava completamente in ombra il viso. Il volto, ecco, solcato sulla guancia sinistra, a partire da sotto l’occhio, da un cicatrice che sembrava un marchio o un simbolo ignoto, ma soprattutto gli occhi erano celati dalla falda del copricapo, due noccioli d’un ceruleo liquido, che nella penombra davano l’impressione di accendersi di una sinistra luminescenza.
Nel silenzio Nimiel78 sospirò in
miei scritti,
frammenti incompiuti alle ore 09:58
Permalink -
commenti -
commenti (popup)
mercoledì, 22 ottobre 2008
Chi mai avrebbe riconosciuto il celeberrimo Cliuderico di Skaldus, le cui eroiche gesta erano già leggenda, nel vecchio mendico, cieco, che trascinò il passo claudicante oltre la soglia della taverna, quella gelida sera di novembre?
Era coperto da un pesante mantello di lana grezza, di colore bigio, logoro dall’uso. Gli arruffati capelli bianchi incorniciavano un viso emaciato, solcato da profondi segni di tormento e inenarrabili incubi. Le dita ossute s’aggrappavano ad un nocchiuto bastone di faggio, che sorreggeva il peso di un corpo ormai sfinito. Chiunque l’avrebbe additato a prima vista quale un emarginato, un disgraziato da cui tenersi alla larga. Eppure, soltanto un anno prima, era l’uomo che tutti avrebbero voluto emulare! Flavi capelli che scendevano su spalle brunite, andatura risoluta ed energica, lo sguardo audace che non temeva rivali... Ora, quegli stessi occhi vedevano solo il buio più profondo. Il suo animo impavido e pronto ad ogni avventura, persino la più estrema, per misurare il proprio indefettibile valore, non aveva esitato un attimo a cogliere, sprezzante, la sfida della bruna dama dell’isola di Kênner: navigare fino a quel lido sperduto tra le nebbie, superare il minaccioso labirinto infestato dagli smaràmi per… Guardarsi in uno specchio? Care gli costarono le beffarde risate di scherno nei confronti di quell’impresa, la sua ultima impresa e la più funesta. Ad inestimabile prezzo fu costretto ad apprendere che un eroe non è tanto colui che compie gesta degne di epici poemi, ma chi ha il coraggio di scrutare se stesso, i meandri della propria anima, scandagliandone i pozzi più torbidi e oscuri, senza indietreggiare e accettando anche quella parte ambigua e inumana che fa parte di ciascuno di noi. Quella figura che l’abbacinò di sgomento ottenebrandogli la vista, egli aveva sempre innanzi, quasi fosse il suo unico ricordo della vita passata.
lunedì, 15 settembre 2008
Mi si avvicinò, le nere pupille sfavillanti fuoco e dilatate fisse nei miei occhi. Mi sfiorò la mano e prese a giocherellare con le mie dita scosse da un fremito. Percepivo il suo potere. Il suo volere. Il mio respiro si fece spezzato. Avvampavo. Accostai il viso al suo e gli sussurrai all’orecchio:
– Il mio signore, cosa desidera? Cosa sogna? La notte, al buio, quando, spente le luci della stanza, le rinfrescanti tenebre stillano sulle sue labbra, goccia a goccia, il liquore di un placido sonno... Si insinuano sotto le vesti, sfiorando palmo a palmo la pelle, nel silenzio scandito dal respiro che si fa più intenso, più forte… Cosa desidera, il mio signore? –
Egli scostò il volto per guardarmi, sfiorandomi appena il mento.
– Te, desidero –
Sorrisi.
– Ed io – risposi porgendogli i polsi nudi – a te mi dono, mio signore… Mio maestro – e abbassai languida lo sguardo, inginocchiandomi di fronte a lui.

sabato, 05 aprile 2008

Albeggia.
Lambisco con la mano il pilastro di logora pietra grigia presso la finestra della stanza: gelido, immoto. Fuori, i primi raggi rosei si stendono a dilaniare le ombre della notte.
Mi volto ad osservare il suo viso serafico immerso nei velluti damascati. Dorme ancora, respira sereno. Mi avvicino al letto, accarezzo i lucidi capelli neri, scorro il dito sulla guancia tiepida e ruvida per la barba pungente. Sussulti, quasi fossi conscio del mio sguardo fisso su di te.
La porta alle mie spalle emette un sordo cigolio e mi giro di scatto.
«E’ ora» sussurra una voce roca.
«Lo so» sospiro, «Gli stavo dicendo addio».
«Il sole si sta levando. Quando egli si sveglia, non deve vederti».
Gli lancio un’ultima occhiata, muovo un passo per avvi-cinarmi e porgergli l’estremo bacio, ma mi trattengo. Serro i pugni, socchiudo gli occhi e inspiro a fondo, per trovare il co-raggio. Quindi affretto il passo verso l’uscio, chiudendo silen-ziosamente la porta. Sono inghiottita dal buio del corridoio, lungo il quale rade candele spargono una lattea pozza di luce.
sabato, 01 marzo 2008

Sfinita, Erdana arrancò fino alle rovine dell’antico tempio. Raggiunse una gigantesca pietra logora e viscida di muschio e, appoggiatavi la schiena, crollò a terra.
Dopo un’intera notte braccata senza un momento di tregua, era stremata.
La ferita al polpaccio sinistro aveva ripreso a sanguinare: la sentiva avvampare e pulsare all’unisono con il martellio delle tempie.
Il cielo rimaneva cupo, come se l’oscurità di bosco Ethoos avesse risucchiato l’incerta luce di quella livida alba. Il vento, che prima soffiava fiacco e discontinuo, aveva iniziato a mugghiare con insistenza, lugubre, echeggiante delle urla inferocite degli esseri che le davano la caccia.
Erdana inspirò profondamente e strinse l’elsa della spada celata sotto il camaleontico mantello. Si voltò adagio. Tra l’impenetrabile boscaglia di tronchi nodosi e ritorti, sterpaglie inaridite e rovi dagli aculei velenosi, ombre deformi strisciavano sibilando e si avvicinavano caute. In qualche punto distingueva già lo spento baluginare delle falci adunche assetate di morte, della sua morte.
Il battito irregolare del cuore, che invano cercava di placare con il suo volere impavido di guerriera, scandiva i secondi che mancavano alla fine.
Udì un sommesso fruscio alla sua destra, inaspettatamente troppo vicino. Scattò in piedi, l’arma sguainata stretta fino ad imbiancarle le nocche.
“Venite pure avanti” sussurrò feroce, sollevando il mento in segno di sfida. “Non l’avrete vinta prima che io vi abbia trafitti uno ad uno, luridi vermi schiavi di Vgàr!”.
Decisa ad affrontare la propria sorte, si avventò verso il punto da cui era giunto il calpestio, le nere pupille dilatate scintillanti per l’ardore. La lama affilata saettò micidiale… Bloccandosi appena in tempo.
Un uomo la stava guardando, appostato dietro le fronde, imperturbabile.
“Tarian…”
Mormorò lei sorpresa. E scoprì nella sua voce un sollievo ed un remissività che mai avrebbe voluto lasciar trapelare.
Lui accostò un dito alle labbra, facendole segno di restare in silenzio. Quindi uscì dal suo nascondiglio a passi guardinghi e sorrise.
La sicurezza che traspariva dai suoi occhi le infondeva nuovo coraggio. Ora, insieme, sarebbero riusciti a sgominare quella schiera di mostri e ricongiungersi al più presto ai loro compagni di viaggio.
domenica, 24 febbraio 2008

M’abbandono a vagheggiare su pensieri incerti, concepiti in un tempo in cui ancora non esistevo. Voglio la musica che mi innalzi fino alle vette di monti sconosciuti, per vedere se da lassù riesco a scorgere la mia Casa… Aspettami, fragranza di primavera, non lasciarmi tra le rovine della disillusione. Io non riesco a vivere hic et nunc. Il mio mondo deve avere i colori del fantastico, le ombre del surreale, le note dell’ironia e del sublime. Fatemi volare, fatemi sognare, non abbandonatemi. Non posso resistere a confondermi con l’orda brulicante e vociferante di uomini e donne.
Dov’è il Mare? Oh, l’onda leggera, che si snoda sugli scogli come nei più romantici racconti… Mi basta il suo rullio costante e sempre nuovo, il suo intenso aulire di salsedine per immaginare di essere laggiù a nuotare con i delfini.
Lasciatemi immaginare ciò che non è e non sarà mai, solo per un istante. Fatemi mirare un attimo ancora i labili lineamenti di quell viso, per ricolmarmi di luce e confidare (invano) che esista la possibilità di un altro mondo. Non so perché il mio cuore randagio e reduce dalle troppe battaglie sussulti all’udire quel nome, quasi evocasse una nuova speranza, fosse la chiave di un’aurea porta di un arcano palazzo di candido marmo. Quale fu la mia era, dunque? O una grottesca follia ha avvelenato dalla nascita la mia anima senza sole?
Splendore di una terra che non riesco a trovare, dove sei? Esisti, poi? Vento, ti prego, ascolta la mia implorazione, conducimi là dove tu sai… O scagliami contro i picchi più aguzzi di rocce selvagge!
Non riesco più a celarmi dietro maschere di ciò che non sono.
Il mio petto è in ebollizione, esplode!
Ammiro solo ciò che ha un’aria di essenza perduta. Non trovo la via, perché non può essere tra quanto non mi appartiene! Sarò per sempre esule e destinata alle polveri di strade aride e ignote?
Dov’è la mia terra fertile?
domenica, 10 febbraio 2008

Il chiarore opalescente emanato dalla pietra irradiava l’oscura grotta di riflessi variegati.
Joredh se ne stava immobile, a bocca aperta, con la mano ancora stretta all’elsa della spada riposta nel fodero. Abbacinato da quel chiarore, fissava Yljana. Ella, con il volto sereno e velato da un’impercettibile malinconia, tendeva innanzi la bianca mano che reggeva la gemma, il cui fulgore aumentava di minuto in minuto.
Joredh si scosse da quello stato di catatonico stupore in cui era immobilizzato, allorché s’avvide che la mano e il braccio stesso di Yljana stavano diventando incandescenti, ardevano essi stessi d’una fiamma dalle sfumature lattee e accecanti.
«Yljana…» balbettò, la bocca impastata dalla sete dovuta al lungo e faticoso viaggio.
Lei si voltò e gli sorrise con dolcezza. Scosse lievemente la testa e mosse appena le labbra in un silenzioso «No».
Joredh, impotente, abbandonò le braccia lungo i fianchi. Non poteva far altro che restare a fissarla avvampare in quel rogo incantato e terrificante.
Le fiamme ormai avvolgevano l’intero corpo di Yljana, che rimaneva impassibile, con gli occhi chiusi, trasfigurata in una creatura di fuoco appartenente ad altri mondi.
Joredh serrò i pugni, voltò lo sguardo altrove, mordendosi il labbro nervosamente: non riusciva a rassegnarsi ad una fine così dolorosa, così inevitabile.
Una vampata tonante lo fece indietreggiare di scatto con un balzo, il braccio destro alzato a proteggersi il viso. Quindi si guardò intorno. Non c’era più traccia né di Yljana né della pietra. Solo una manciata di cenere bianca.
Si lasciò cadere in ginocchio e, stringendo quella polvere tra le mani, scoppiò in pianto.
Nel silenzio Nimiel78 sospirò in
fantasy,
miei scritti,
frammenti incompiuti alle ore 16:38
Permalink -
commenti -
commenti (popup)
domenica, 08 aprile 2007
Il Filosofo Dissolto
“Perché la Notte è la mia Maestra: oscuro il mio volto, ottenebro il mio cuore”
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)
Le ombre si allungano fino a sfiorare l’orizzonte, fisse nella loro immaterialità. Una sola si muove… Ora presso l’angolo della via… Ora, là!, dietro il cancello della vecchia casa. Passa e ti volti per scorgere quella strana folata che ti ha sfiorato facendoti rabbrividire. Un soffio caldo come l’aroma che sprigiona una tazza di cioccolata bollente e gelido come la mano dei cadaveri delle tavole di Jeronymous Bosch. Non vorrei essere quegli occhi che vedono tanto odio e amore senza nulla provare. Non vorrei essere quell’anima che vuota e piena prova tutto e nulla.
Toccano terra i suoi passi… Eppure, mettiti in ascolto, non sentirai alcun rumore. Oh… Tic, toc: un orologio? I suoi passi non fanno rumore. Danzante nell’aria appena sopra il terreno, si muove. Lo vedi, sempre che tu lo riesca a vedere, camminare come ogni altro mortale. Nelle scarpe nere un po’ logore, le suole che racconterebbero fiabe sui sentieri calpestati. Dove sta andando ora? Ascolta! Ma i suoi passi non fanno rumore…
“La sera mi culla il peana del Temporale, il requiem della Pioggia leggera”
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)
Mi hanno detto due vecchie chiacchierone che un dì d’estate, all’alba, mentre preparavano secondo gli antichi usi un fragrante caffé, lo udirono parlare. Erano fiori le sillabe (orchidee bianche per gli orchi avidi d’oro e fanciulle, appassite rose per gli amanti infelici, iris bagnati di rugiada per le fate maliziose, gigli inariditi per gli altari senza spose), melodia il dettare i suoi Pensieri. Sporgiamoci verso il suo alloggio, vogliamo sentire la sua saggezza. Ma egli ha casa dove il suo irrequieto andare lo trascina, non c’è dimora abbastanza sicura (sine cura, N.d.A.) da trattenerlo con le sue lusinghe, con la sua certezza.
Basta con queste sciocchezze: non sai che nessuno può vederlo? Forse nessuno lo vide mai. Forse nemmeno è nato e non esiste oggi… Eppure si narrano leggende, incise persino sulle carrozze dei metrò, su quest’Ombra d’uomo che ti passa accanto e non lo vedi, che cerchi ovunque e non scorgi mai.
“Morirei per un assaggio d’Infinito”
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)
Le canzoni che cantiamo nel cercare di portare a termine un’altra giornata, i sorrisi che lasciamo in dono a chi ci passa accanto. Le amarezze che si celano dietro le nostre maschere, le ferite che bende sature di sangue ormai stentano a celare. Egli ha un vortice nel petto che tutto provò senza lasciar più nulla. Sparto il sale su una novella Cartagine. Senza alcun trionfatore, questa volta.
Visse, un tempo?
Probabilmente sotto una delle sue camaleontiche spoglie l’hai incontrato, gli hai parlato. Ma non ricordi nulla di lui. E come potresti? Ombra fu, ombra è ritornato.
“La Fortuna mi ha dato in sorte di avere un Destino”
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)
Ci fu un tempo in cui aveva un Nome, un Volto. Ma un giorno si mise a pensare e cadde dal Paradiso. Tentò di continuare a vivere come prima, ma non fu possibile. Giorno dopo giorno le sue parvenze si affievolivano, sbiadivano. Ed era come se mai fosse esistito.
Fade to black
La luna è più pallida questa sera, sta per cadere la neve. Guarda il nostro satellite: quelle sembianze candide e piene delle cicatrici dei secoli gli assomigliano.
Che si sia fermato sotto un pino a riposare? Lo immagino sospirare, sospinto dal nulla che può possedere, dai sogni che non può avere, dal passato più incerto e flebile del suo stesso essere. E, infiammato da quel dolce tragico furor straziante, intreccia i suoi Pensieri. Che sia Saggezza di druidi antichi o Malinconia di un’anima che non ha spazio in questo mondo?
“Possiedo ali e catene”
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)
Le ali a Dedalo servirono più ad incatenarlo per sempre al dolore per la morte del figlio che ad innalzarsi dalla prigionia del labirinto.
Un fruscio sordo, un aroma denso, il fuggire rapido di un’ombra… E’ lui!, non c’è dubbio. Corri, corri a vedere! Tendi l’orecchio, cosa senti?
Il mare un giorno cantò per lui la canzone dell’Esistenza. Da allora, nelle notti in cui si abbandona alla fallace illusione di essere, schiude le labbra per ripetere le stesse note.
Il mondo s’affretta intorno a lui, ma egli è solo.
“Non voglio essere, se non posso Essere”
(dai “Pensieri” del Filosofo Dissolto)
domenica, 18 febbraio 2007
Una farfalla dai mille ingranaggi di fulgenti colori svolazzava attorno al mio capo, solleticandomi la nuca... Ho creduto fosse un riflesso della rugiada di prima mattina... Rapita, ho seguito con gli occhi il meccanico dimenarsi delle sue grandi ali vellutate. Si è posata, quindi, su un'alta mensola stipata di libri e ha iniaziato ad emanare una musica... Un canto arcano, perduto, che le mie orecchie troppo abituate allo stordimento di inutili rumori dapprima non riuscivano a distinguere. Ma poi riconobbi nota dopo nota... E il mio cuore sussultò, perché capii chi fosse colei che in soave melodia mi lasciva un messaggio: la protagonista della storia che abbozzai e devo ancora raccontare, per non lasciar cadere nel cupo oblio il sacrificio di colei che morì per la speranza di una nuova umanità.
“Mary Blue, Mary in blue, perché non sogni più?”...
“Sogna Mary Blue, Mary no more in blue, per sempre vivrai tu…”
Nel silenzio Nimiel78 sospirò in
deliri,
frammenti incompiuti alle ore 10:45
Permalink -
commenti -
commenti (popup)
sabato, 03 febbraio 2007
Luce abbagliante… 
Turbinio di stelle che danzano tra le ombre degli alberi…
Così gli apparve la prima volta.
Cadde al suolo, stordito.
Immobile, gli occhi spalancati resi ciechi da quel fulgore abbacinante. Le sue mani ruvide carezzavano la terra bruna che sprigionava un intenso odore di umido.
A poco a poco la vista si snebbiò… Il cielo, al di là delle fronde lambite da una brezza leggera, era alto, immoto, inghirlandato di astri.
Nessun rumore inconsueto nella notte ormai vecchia.
Sbatté più volte le palpebre, lentamente. Puntellando il gomito a terra, cercò di alzarsi. Si passò una mano sul viso severo, quasi a volere accertarsi di essere desto.
Si guardò attorno con circospezione, cercando di penetrare l’oscurità.
Nulla.
Una fatua visione, dunque, l’aveva tramortito?
Alzatosi, si sistemò il pesante, logoro manto sulle spalle. Fece scivolare una mano alla cintola per assicurarsi che il pugnale fosse al suo posto.
Scosse la testa per scacciare quell’irrazionale turbamento che non si allentava, nonostante fosse del tutto sciocco, puerile.
Raccolse la faretra con l’arco e si rimise in cammino, con l’orecchio più vigile del solito verso ogni impercettibile fruscio.
La luna era tramontata oltre le irraggiungibili vette smaltate di ghiaccio perenne.
Egli si era sistemato sui rami più solidi di un vecchio albero tarchiato, per riposare qualche ora.
Poi… Un delicato profumo di fiori… Una vaga melodia che intrecciava un malinconico canto e sospiri s’insinuò nei suoi cupi sogni.
Turbato, si mosse per girarsi su un fianco e… Fu sul punto di cadere. Afferrò prontamente il ramo e si mise seduto.
Un bagliore giungeva dal suolo… Si trascinò tra le diramazioni più basse. Colto da un’irragionevole trepidazione, il cuore che palpitava in delirio, scostò cautamente alcune frasche e spiò verso quel chiarore soffuso.
Così… la vide. E da allora i suoi giorni non furono più gli stessi.
Nel silenzio Nimiel78 sospirò in
memorie perdute,
frammenti incompiuti alle ore 17:22
Permalink -
commenti -
commenti (popup)
sabato, 03 febbraio 2007
Potrei sognare su pensieri incerti, che sono stati concepiti in un tempo in cui ancora non esistevo. Voglio la musica che mi innalzi fino alle vette di monti sconosciuti, per vedere se da lassù scorgo la mia Casa… Aspettami, fragranza di primavera, non lasciarmi tra le rovine della disillusione. Io non riesco a vivere hic et nunc. Il mio mondo deve avere i colori del fantastico, le ombre del surreale, le note dell’ironia e del sublime. Fatemi volare, fatemi sognare, non abbandonatemi. Non posso resistere a confondermi con l’orda brulicante e vociferante di uomini e donne.
Dov’è il Mare? Oh, l’onda leggera, che si snoda sugli scogli come nei più romantici racconti… Mi basta il suo rullio costante e sempre nuovo, il suo odore forte e salato per immaginare di essere laggiù a nuotare con i delfini.
Lasciami ancora un istante a fantasticare su ciò che non è e non sarà mai. Fammi guardare un attimo ancora il tuo viso, per ricolmarmi di luce e sperare (invano) che ci sia la possibilità di un altro mondo, della mia Casa. Non so perché il mio cuore randagio e reduce dalle troppe battaglie sussulta al tuo nome, come una nuova speranza… Come si aprisse una porta d’oro di un arcano palazzo costruito di candido marmo. O quali tempi furono i miei? Perché sono rinata oggi? Oppure, quale follia mai mi ha avvelenato dalla nascita quest’anima che anela al Sole?
Vita terrificante, io ti amo!
Splendore di una terra che non riesco a trovare, dove sei? Esisti, poi? Vento, ti prego, ascolta la mia implorazione, conduci là dove tu sai… O scagliami contro i picchi più aguzzi di rocce selvagge!
Non riesco più a celarmi dietro maschere di ciò che non sono, di ciò a cui non appartengo. Il mio petto è in ebollizione, esplode.
Ammiro solo ciò che ha un’aria di essenza perduta. Non trovo la via, perché non può essere tra quanto non mi appartiene! Sarò per sempre esule e destinata alle polveri di strade aride e ignote?
Dov’è la mia terra fertile?
Pilastri dorici di levigatissima pietra sostenevano un soffitto ad alte volte tipo gotiche. Il pavimento in marmo a grandi riquadri formava disegni o labirinti. Non vidi i colori.
Avanzai pochi passi. Mi si fecero innanzi il Re e la Regina. Erano candidi e avvolti di incandescente luce bianca. Lui dall’aspetto severo, ma buono, fermo, giusto. Portava lunga la barba. Una corona, anche, mi pare, ma non sfarzosa o vistosa. Aveva una veste lunga fin quasi ai piedi. Una cintura in vita. Lei era raggiante. Un sorriso radioso. I capelli lunghi non le ombravano il viso. Una corona leggerissima attorno alle tempie. La veste lunga, con un breve strascico; i bordi ricamati d’oro. Mi inginocchia, vinta dal loro splendore, un po’ intimorita. Mi pare per prima cosa Egli mi investisse e consacrasse al suo servizio, al seguito della Luce. Con la spada argentea, come gli antichi cavalieri. Poi Lei mi benedì, sorrise e tese la mano. Anch’egli mi prese per mano e (quanto ero piccola in mezzo a loro), mi portarono al balcone della grande sala Vedevo a mala pena distese verdi e udivo voce di popolo, ma ero abbacinata. Dalla loro luce, dal sole esterno. E Loro mi incoraggiavano, mi confortavano. Cercavano di infondermi luce e forza, perché non mi abbattessi fino all’ultimo flebile raggio di speranza. I capelli di Lei forse erano neri.
sabato, 03 febbraio 2007
Scarabocchiava fiorellini stilizzati senza gambo lungo il margine della pagina del libro, che già di per sé aveva un’aria alquanto “vissuta”.
La testa era stancamente sorretta dal braccio sinistro. L’interminabile lezione sul cambiamento delle proporzioni nella rappresentazione della figura umana dall’età classica all’età ellenistica era nient’altro che un borbottio uniforme di sottofondo.
Lo sguardo fissava i ghirigori, seguiva il tortuoso incedere della matita… ipnotizzato.
Il suono squillante ed impietoso della campanella strappò Lidia dall’altrove in cui vagava la sua mente.
Stiracchiò le braccia innanzi a sé e guardò l’ora. Quindi, chiuse rumorosamente il libro, lo gettò insieme a matita e qualche foglio sparso nella capiente borsa di tela jeans. Si affrettò ad uscire dall’aula verso lo scalone che conduceva al piano terra. Mentre cercava spasmodicamente qualcosa nella borsa, arrancò tra la massa vociante degli studenti che brulicavano nei corridoi, sulle scale. Si fece largo con seccati “permesso!”, tra gli sbuffi sempre più tesi.
Pochi passi ancora ed ecco la porta a vetri che dà sul cortile. Una volta uscita, <...>
Nel silenzio Nimiel78 sospirò in
frammenti incompiuti alle ore 17:01
Permalink -
commenti -
commenti (popup)
sabato, 03 febbraio 2007
L’alba ha il colore delle bombe che esplodono lontano e l’odore del tritolo mescolato a quello del sangue, umano e non.
domenica, 28 gennaio 2007

Fragore di tuono…
Zoccoli di fuoco rimbombano nelle gole montuose, impervie, sulle rocce erose coperte di muschi. Lampi sprigiona il galoppo, faville dalle nari fumanti.
Nella nera notte sfavilla il manto madido di sudore del destriero. Veloce corre grazie ai possenti muscoli. Nessun rumore distoglie la sua attenzione.
I cupi occhi lampeggiano di eccitato furore, roteando inquieti senza distogliersi dalla via.
Nel silenzio Nimiel78 sospirò in
memorie perdute,
frammenti incompiuti alle ore 09:10
Permalink -
commenti -
commenti (popup)
domenica, 28 gennaio 2007
Laura sognava il suo sogno.
Sguardo assente, penna mordicchiata tra le labbra, un monotono screen saver che passava e ripassava sullo schermo del pc.
Estraniata dal brulicare frenetico degli altri uffici, si era di nuovo rifugiata nel suo “altrove” personale.
«Ovunque ma non qui» era il suo motto preferito.
Quel pomeriggio novembrino, poi, complice la foschia che simile a fumo avvolgeva i palazzi grigi della periferia, si era perduta a fissare stranita un punto invisibile, laggiù, forse oltre la tangenziale che percorreva ogni giorno, mattina e sera, oppure al di là dell’alto campanile di una chiesa in stile contemporaneo.
Nel silenzio Nimiel78 sospirò in
frammenti incompiuti alle ore 08:55
Permalink -
commenti -
commenti (popup)
domenica, 28 gennaio 2007
Figlie del Vento, avete forse abbandonato la lotta? 
Eppure vi fu un tempo in cui le vostre spade danzavano sublimi innanzi al feroce nemico… I flavi capelli fluttuanti nel cielo… Lo sguardo fiero delle antiche eroine scolpite nelle rocce delle Ere passate…
Oggi vedo miseri corpi abbandonati dall’anima…
Nel silenzio Nimiel78 sospirò in
memorie perdute,
frammenti incompiuti alle ore 08:48
Permalink -
commenti -
commenti (popup)