Uno dei primi lavori di Tim Burton: il cortometraggio "Vincent" (1982).
Uno dei primi lavori di Tim Burton: il cortometraggio "Vincent" (1982).
Jojo In The Stars
(Director: Marc Craste / UK / 2003)
Corto struggente... Fa male, tanto...
Chi mai avrebbe riconosciuto il celeberrimo Cliuderico di Skaldus, le cui eroiche gesta erano già leggenda, nel vecchio mendico, cieco, che trascinò il passo claudicante oltre la soglia della taverna, quella gelida sera di novembre?
Era coperto da un pesante mantello di lana grezza, di colore bigio, logoro dall’uso. Gli arruffati capelli bianchi incorniciavano un viso emaciato, solcato da profondi segni di tormento e inenarrabili incubi. Le dita ossute s’aggrappavano ad un nocchiuto bastone di faggio, che sorreggeva il peso di un corpo ormai sfinito. Chiunque l’avrebbe additato a prima vista quale un emarginato, un disgraziato da cui tenersi alla larga. Eppure, soltanto un anno prima, era l’uomo che tutti avrebbero voluto emulare! Flavi capelli che scendevano su spalle brunite, andatura risoluta ed energica, lo sguardo audace che non temeva rivali... Ora, quegli stessi occhi vedevano solo il buio più profondo. Il suo animo impavido e pronto ad ogni avventura, persino la più estrema, per misurare il proprio indefettibile valore, non aveva esitato un attimo a cogliere, sprezzante, la sfida della bruna dama dell’isola di Kênner: navigare fino a quel lido sperduto tra le nebbie, superare il minaccioso labirinto infestato dagli smaràmi per… Guardarsi in uno specchio? Care gli costarono le beffarde risate di scherno nei confronti di quell’impresa, la sua ultima impresa e la più funesta. Ad inestimabile prezzo fu costretto ad apprendere che un eroe non è tanto colui che compie gesta degne di epici poemi, ma chi ha il coraggio di scrutare se stesso, i meandri della propria anima, scandagliandone i pozzi più torbidi e oscuri, senza indietreggiare e accettando anche quella parte ambigua e inumana che fa parte di ciascuno di noi. Quella figura che l’abbacinò di sgomento ottenebrandogli la vista, egli aveva sempre innanzi, quasi fosse il suo unico ricordo della vita passata.
Al fianco aveva la spada incantata di ferro nero: la temutissima Tempestosa, forgiata da una stregoneria antica e aliena. Tra l'uomo e la spada esisteva una specie di simbiosi. Senza la spada l'uomo poteva diventare un invalido, debole di vista e privo di energia; senza l'uomo la spada non poteva bere il sangue e le anime di cui aveva bisogno. Erano sempre insieme, spada e uomo, e nessuno sapeva chi dei due fosse il padrone. Tempestosa esalava uno strano suono gemente, il quale si levava come un sospiro tra la musica stridula e ultraterrena che accompagnava il lambente fuoco gelido.
Senza quell'arma sinistra avrebbe perso l'orgoglio e forse anche la vita ma avrebbe potuto conoscere la rasserenante tranquillità del puro riposo; con la spada avrebbe avuto potenza e forza... ma sarebbe stata Tempestosa a guidarlo in un futuro dominato dalla sventura. Avrebbe assaporato il potere, mai la pace. Fece un grande sospiro tremulo; poi, soggiogato da ciechi presagi di sventura, scagliò la spada nel mare inondato dalla luna. Incredibilmente, Tempestosa non affondò. E neppure galleggiò sull'acqua. Cadde di punta nel mare e vi si piantò, fremendo come se si fosse incastrata nel legno. Restò a pulsare nell'acqua, con mezza spanna della lama immersa, e cominciò a emettere un bizzarro urlo demoniaco... un ululato orribile e malevolo. Soffocando una maledizione, Elric protese la sottile mano bianca cercando di recuperare la senziente spada infernale. Si sporse ancora di più dal parapetto. Non riuscì ad afferrarla: era ancora a qualche spanna da lui. Ansimando, sopraffatto da un senso sconvolgente di sconfitta, si tuffò nell'acqua gelida, nuotando a bracciate forzate e grottesche verso la spada. Era stato battuto: Tempestosa aveva vinto. La raggiunse e cinse l'elsa con le dita: subito quella si assestò nella sua mano, e lui si sentì la forza rifluire lentamente nel corpo indolenzito. Allora comprese che lui e la spada erano interdipendenti perché, sebbene lui avesse bisogno di Tempestosa, questa aveva bisogno di qualcuno che la usasse: senza un uomo che la impugnasse, anche la spada era priva di potere. «Quindi dobbiamo essere legati l'uno all'altra» mormorò disperato Elric. «Legati da catene forgiate nell'inferno e da circostanze imposte dal fato. Bene, così sia: e gli uomini dovranno tremare e fuggire, quando udranno i nomi di Elric di Melniboné e della sua spada Tempestosa. Noi due siamo simili: prodotti da un'epoca che ci ha abbandonati. Diamo a quest'epoca una ragione per odiarci!»
(dalla saga di Elric di Melniboné di M. Moorcock)

Sfinita, Erdana arrancò fino alle rovine dell’antico tempio. Raggiunse una gigantesca pietra logora e viscida di muschio e, appoggiatavi la schiena, crollò a terra.
Dopo un’intera notte braccata senza un momento di tregua, era stremata.
La ferita al polpaccio sinistro aveva ripreso a sanguinare: la sentiva avvampare e pulsare all’unisono con il martellio delle tempie.
Il cielo rimaneva cupo, come se l’oscurità di bosco Ethoos avesse risucchiato l’incerta luce di quella livida alba. Il vento, che prima soffiava fiacco e discontinuo, aveva iniziato a mugghiare con insistenza, lugubre, echeggiante delle urla inferocite degli esseri che le davano la caccia.
Erdana inspirò profondamente e strinse l’elsa della spada celata sotto il camaleontico mantello. Si voltò adagio. Tra l’impenetrabile boscaglia di tronchi nodosi e ritorti, sterpaglie inaridite e rovi dagli aculei velenosi, ombre deformi strisciavano sibilando e si avvicinavano caute. In qualche punto distingueva già lo spento baluginare delle falci adunche assetate di morte, della sua morte.
Il battito irregolare del cuore, che invano cercava di placare con il suo volere impavido di guerriera, scandiva i secondi che mancavano alla fine.
Udì un sommesso fruscio alla sua destra, inaspettatamente troppo vicino. Scattò in piedi, l’arma sguainata stretta fino ad imbiancarle le nocche.
“Venite pure avanti” sussurrò feroce, sollevando il mento in segno di sfida. “Non l’avrete vinta prima che io vi abbia trafitti uno ad uno, luridi vermi schiavi di Vgàr!”.
Decisa ad affrontare la propria sorte, si avventò verso il punto da cui era giunto il calpestio, le nere pupille dilatate scintillanti per l’ardore. La lama affilata saettò micidiale… Bloccandosi appena in tempo.
Un uomo la stava guardando, appostato dietro le fronde, imperturbabile.
“Tarian…”
Mormorò lei sorpresa. E scoprì nella sua voce un sollievo ed un remissività che mai avrebbe voluto lasciar trapelare.
Lui accostò un dito alle labbra, facendole segno di restare in silenzio. Quindi uscì dal suo nascondiglio a passi guardinghi e sorrise.
La sicurezza che traspariva dai suoi occhi le infondeva nuovo coraggio. Ora, insieme, sarebbero riusciti a sgominare quella schiera di mostri e ricongiungersi al più presto ai loro compagni di viaggio.

Il chiarore opalescente emanato dalla pietra irradiava l’oscura grotta di riflessi variegati.
Joredh se ne stava immobile, a bocca aperta, con la mano ancora stretta all’elsa della spada riposta nel fodero. Abbacinato da quel chiarore, fissava Yljana. Ella, con il volto sereno e velato da un’impercettibile malinconia, tendeva innanzi la bianca mano che reggeva la gemma, il cui fulgore aumentava di minuto in minuto.
Joredh si scosse da quello stato di catatonico stupore in cui era immobilizzato, allorché s’avvide che la mano e il braccio stesso di Yljana stavano diventando incandescenti, ardevano essi stessi d’una fiamma dalle sfumature lattee e accecanti.
«Yljana…» balbettò, la bocca impastata dalla sete dovuta al lungo e faticoso viaggio.
Lei si voltò e gli sorrise con dolcezza. Scosse lievemente la testa e mosse appena le labbra in un silenzioso «No».
Joredh, impotente, abbandonò le braccia lungo i fianchi. Non poteva far altro che restare a fissarla avvampare in quel rogo incantato e terrificante.
Le fiamme ormai avvolgevano l’intero corpo di Yljana, che rimaneva impassibile, con gli occhi chiusi, trasfigurata in una creatura di fuoco appartenente ad altri mondi.
Joredh serrò i pugni, voltò lo sguardo altrove, mordendosi il labbro nervosamente: non riusciva a rassegnarsi ad una fine così dolorosa, così inevitabile.
Una vampata tonante lo fece indietreggiare di scatto con un balzo, il braccio destro alzato a proteggersi il viso. Quindi si guardò intorno. Non c’era più traccia né di Yljana né della pietra. Solo una manciata di cenere bianca.
Si lasciò cadere in ginocchio e, stringendo quella polvere tra le mani, scoppiò in pianto.